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L’ultima frontiera del revenge porn a Genova: foto prese dai social e “ritoccate” sui siti hard

L'allarme del centro Per Non Subire Violenza di via Cairoli: "Contattate la polizia postale e raccogliete tutte le prove"

Genova. Dal lockdown il Centro Per Non Subire Violenza Onlus – da Udi con sede in Via Cairoli 14/7 Genova ha rilevato una diminuzione di quasi il 50% delle richieste d’aiuto e, nell’ultima settimana, del 38%.

Il centro antiviolenza, in queste ultime settimane, si sta occupando di due fenomeni: quello del revenge porn on line e quello di reati analoghi che si stanno diffondendo a dismisura a causa della permanenza forzata in casa e del conseguente maggior numero di ore che le persone trascorrono on line.

L’espressione inglese revenge porn indica la condivisione pubblica di immagini o video intimi senza il consenso dei protagonisti. La diffusione di tali immagini avviene di solito allo scopo di umiliare la persona protagonista per ritorsione o vendetta: per questo le immagini sono spesso accompagnate da precise informazioni sulla vittima, quali il suo nome, indirizzo, numero di telefono, luogo di lavoro e possono includere collegamenti ai suoi profili social. In Italia la Legge 69/2019, denominata anche “Codice rosso”, ha introdotto il reato di “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” – comunemente noto come revenge porn – punito dall’art. 612 ter.

“Purtroppo il revenge porn non è l’unico fenomeno che si sta diffondendo – spiegano le responsabili del centro – Oltre ai filmati ed alle immagini intime e sessualmente esplicite, on line vengono caricate senza il consenso degli interessati anche foto non intime trafugate dai social. E’ questo il caso di un assai numeroso gruppo di giovani donne genovesi, seguite dal nostro centro, le cui foto, da loro stesse postate sui loro profili Facebook o Instagram, sono state sottratte da terzi ignoti per poi essere pubblicate su di un sito pornografico ed essere presentate come qualcosa di osceno, dando il via ad ogni genere di commento volgare, sessista e altamente denigratorio”.

Questa condotta integra il reato di diffamazione, punito dall’art. 595 c.p., e il reato di “trattamento illecito di dati effettuato senza consenso” previsto dall’art. 167 del codice della privacy. E’ importante che le vittime di questi reati contattino la polizia postale, organo preposto per risalire all’autore di reato attraverso il codice identificativo di iscrizione nel sito pornografico e denuncino l’autore di reato molto rapidamente e comunque non oltre sei mesi dal fatto – per il revenge porn – e tre mesi – per la diffamazione -, termini oltre i quali non si può più sporgere querela.

Fondamentale è poi raccogliere la prova del reato salvando su un cd o chiavetta usb tutto il materiale reperito in modo da cristallizzare già le prove digitali ed aiutare così gli inquirenti nelle indagini.

“E’ un grave problema culturale ed è assente una vera e propria educazione che liberi da pregiudizi e stereotipi e riconosca i valori della libertà e del consenso. Per questo motivo gli strumenti per contrastare il grave fenomeno devono essere soprattutto di tipo culturale, primo fra tutti il lavoro di prevenzione nelle scuole. E’ un problema di cui si deve parlare e se ne deve parlare anche con gli uomini, considerato il considerevole numero di uomini che condividono il materiale non consensuale, affinché prendano coscienza della gravità di tali condotte”, spiegano dal Centro Per Non Subire Violenza.

“Vogliamo rivolgerci alle donne vittime di tali reati e vuole dire loro Non colpevolizzatevi; purtroppo sono moltissime le donne che subiscono questo genere di reati, si stima infatti sia 1 donna su 5. Questa consapevolezza deve aiutare le donne a denunciare, a non tollerare in silenzio quanto è stato loro perpetrato, per porre fine a questo fenomeno e a farsi sostenere dal centro antiviolenza, legalmente e psicologicamente, attraverso percorsi individuali o di gruppo”.