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Mascherine a 50 centesimi, la rivolta delle aziende liguri: “Per quel prezzo non le produciamo più”

Ufficiale l'ordinanza che blocca il prezzo di vendita, ma i costi di produzione sono molto più elevati. Mondini (Confindustria Genova): "Una follia"

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Genova. Adesso è ufficiale: le mascherine chirurgiche non potranno essere vendute al pubblico a più di 50 centesimi al pezzo. Lo prevede l’ordinanza del commissario straordinario all’emergenza coronavirus Domenico Arcuri adottata per “assicurare la massima diffusione dei dispositivi di protezione individuale” e per scongiurare “una lievitazione ingiustificabile dei prezzi al consumo”. Firmato anche un accordo per rimborsare i farmacisti che le hanno acquistate a un prezzo superiore. Una vittoria per i consumatori, vittime negli ultimi due mesi di rincari vertiginosi. Ma non per tutti.

“Mascherine a 50 centesimi l’una? È una follia”, commenta senza mezzi termini Giovanni Mondini, il presidente di Confindustria Genova. Perché dall’altro lato della barricata ci sono le aziende che hanno deciso di riconvertire la produzione approfittando del fondo di 50 milioni messo a disposizione da Invitalia per finanziare gli investimenti. “Queste imprese hanno fatto sforzi enormi, sono state addirittura sollecitate a spendere, e ora esce questa genialata? Quel prezzo è assolutamente insostenibile, non c’entra nulla la speculazione”.

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Succede in pratica che i 50 centesimi imposti per la vendita al consumo per molti non siano nemmeno sufficienti a coprire i costi di produzione. Ce lo racconta Alessio Razeto, membro del cda della North Sails di Carasco, che dalle vele per le barche della Coppa America si è messa a produrre mascherine chirurgiche: “Solo il materiale, tnt certificato comprato e assemblato in Italia, lo acquistiamo a 70-80 centesimi. Un pezzo ci costa da 1,10 a 1,30 euro, inclusi il confezionamento e la manodopera. Le avremmo vendute a 1,95 euro più Iva. Ci sembra abbastanza equo, no? Ma se le cose stanno così, noi molliamo il colpo. È impossibile starci dentro e saremmo addirittura in perdita”.

L’azienda ha già speso 30mila euro per comprare nuove attrezzature – ad esempio un macchinario che taglia il filo dopo la cucitura – con un progetto complessivo da 300mila euro che dovrebbe consentire di portare la produzione fino a 20mila mascherine al giorno. Oltre alle spese per adeguare gli impianti c’è la complessa procedura per ottenere la certificazione, che prevede l’acquisto di materiale a norma europea e il passaggio attraverso lunghi test di laboratorio. Poi i capannoni che devono essere continuamente sanificati e separati dal resto dei locali aziendali. Insomma, un’avventura non semplice che potrebbe interrompersi proprio sul più bello.

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Anche i costi del materiale sono lievitati, e di conseguenza la produzione è più onerosa. Nulla a che vedere con le economie di scala che possono praticare le aziende cinesi, fino a ieri titolari di un sostanziale monopolio mondiale. “I macchinari li abbiamo trovati per miracolo – racconta ancora Razeto – e abbiamo dovuto dedicare un’area apposita del nostro stabilimento. I soldi del bando nazionale? Un finanziamento a tasso zero che arriverà quando i soldi li avremo già spesi, difficile che si aggiungano contributi a fondo perduto. Da 30 giorni ci siamo dedicati solo alle mascherine, ma se le cose vanno così, dal 4 maggio torniamo a fare le nostre cose. A meno che gli enti pubblici non vogliano rifornirsi da noi, ma è tutto da valutare”.

In Liguria sono 37 (e di queste 27 solo in provincia di Genova) le aziende che hanno avviato il percorso della riconversione supportate dalla task force specifica messa in campo dall’assessore regionale Andrea Benveduti. Sono imprese che in parte afferiscono all’economia del mare (velerie e prodotti da sub), ma ci sono anche industrie tessili e tipografie. Ognuna con un progetto per arrivare a produrre mascherine chirurgiche certificate – non parliamo di strisce di stoffa senza alcun potere filtrante – e che ora potrebbero trovarsi ad abbandonare del tutto l’idea visto che non ne vale più la pena.

“Il prezzo calmierato avrebbe senso se fosse lo Stato a coprire la differenza di costo – commenta Mondini – ma così ci rimettono solo le aziende. Chi ha fatto uno sforzo così importante deve essere remunerato. Tra l’altro ci sono imprese che hanno scalato montagne per comprare lotti di mascherine a costi molto più alti e ora di colpo si decide che costano 50 centesimi? Non credo ci fossero speculazioni in atto. Abbiamo già ricevuto numerose telefonate di aziende che hanno bloccato tutto. Mi chiedo come possano succedere cose del genere in Italia”.

“Siamo esterrefatti – allarga le braccia l’assessore Benveduti -. Stavamo anche preparando un bando per dare un supporto finanziario a queste imprese, ma ora ci fermiamo un attimo. Non è questo il modo di giocare con la vita delle persone. Molte aziende si erano messe in gioco anche per dare un servizio locale. A questi imprenditori possiamo solo dire che ci vergogniamo, ma non è certo colpa nostra”.