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Dalla strada al domicilio ma sempre senza tutele, la pandemia mette ancora più a rischio le prostitute

Oltre 130 le lavoratrici del sesso a Genova: per loro niente Inps e niente buoni pasto e a volte sono le uniche a portare soldi a casa

Genova. “Teniamo gli occhi aperti e i telefoni sempre accesi, non possiamo avvicinarci a loro per via delle normative sul Coronavirus, è vero, le strade sono vuote ma i problemi sono più presenti che mai, anzi molto di più, perché se non hai da mangiare e non hai tutele di alcun genere il rischio di finire nel giro dello sfruttamento è anche più alto”. Francesco Carobbio è il responsabile dell’Unità di Strada, da alcuni anni, letteralmente un faro nella notte per il mondo sommerso della prostituzione.

“Il nostro lavoro è muoverci nelle zone della città dove sappiamo si svolge la prostituzione e incontrare le potenziali vittime di sfruttamento – spiega Carobbio – in questo periodo non ci siamo fermati, perché è vero che inizialmente il lockdown ha svuotato completamente le strade, insomma non c’erano più neppure i clienti, ma nelle ultime notti ci è capitato di trovare una ragazza, un’italiana, tornare sul marciapiede, possiamo soltanto immaginare in quale condizione disperata si debba trovare per fare una scelta del genere, con i rischi che corre sia per la salute sia di essere fermata, denunciata, multata”.

I numeri. L’Unità di Strada è gestita da Afet Aquilone e dalla Comunità di San Benedetto al porto nell’ambito di un progetto anti-tratta chiamato Hope This Help promosso da Regione Liguria e che ha come capofila la fondazione Auxilium. In base a una relazione di Hope This Help presentata lo scorso anno sono 233 le persone – donne ma anche trans e uomini – che si prostituiscono di notte in Liguria, più della metà di queste, 132, sono a Genova. Principalmente a Sampierdarena (il 71,2% del totale cittadino) e a Cornigliano (18,9%), nella zona di Campi. Le restanti sono tra Caricamento, Carignano e Sestri Ponente. I transessuali o travestiti sono una decina, gli uomini due.

“Questi numeri oggi sono ridotti a zero, o quasi – spiega il coordinatore dell’Unità di Strada – ma le notizie che ci arrivano da quel mondo, magari attraverso alcune figure di riferimento fra le varie comunità, sono di situazioni di estrema difficoltà economica, stiamo parlando di persone che magari non hanno risparmi, che sono irregolari sul territorio nazionale, che non hanno una residenza, tutti motivi per cui non hanno potuto accedere agli aiuti pubblici, che fossero i 600 euro dell’Inps o i buoni pasto del Comune, in tante ci hanno chiesto come fare a ottenere quegli aiuti ma abbiamo dovuto spiegare che non era possibile”.

Oltre la metà provenienti da Romania, Albania e Moldova e il resto da Nigeria, America Latina e per un 13% di nazionalità italiana. Hanno in gran parte meno di 25 anni e in alcuni casi il loro reddito è l’unico all’interno del nucleo familiare. “In questa fase quello che possiamo fare è indirizzarle verso circuiti di aiuto istituzionali e sicuri, come possono essere la Caritas, la Croce Bianca 24rosso, la Asl, prima che loro stesse si rivolgano a circuiti di illegalità e finiscano vittime di usura o di ulteriore sfruttamento, per fare questo è importante instaurare un rapporto di fiducia”.

Falò spenti in corso Perrone, nessuna presenza in via Sampierdarena o in via Di Francia, la fermata del bus è vuota in piazza Massena. Ma è molto probabile che quello che sta accadendo per altre attività commerciali – lo spostamento dal “negozio” al domicilio, su logiche di delivery – si stia verificando o comunque si verificherà nella “fase 2” anche per quanto riguarda la prostituzione. Per questo l’Unità di Strada sta “studiando” come agire nel modo più efficace possibile.

Degrado a Sampierdarena

“Stiamo seguendo una formazione, insieme ad altre associazioni e cooperative che si occupano di tratta in Italia per imparare a monitorare l’attività indoor, a partire dai siti internet specializzati – spiega Francesco Carobbio – utilizzeremo procedure applicate a livello nazionale, per capire cosa stia succedendo, per ora lo spostamento dalla strada all’indoor è un’ipotesi, non una constatazione, ma dobbiamo farci trovare pronti”.

Questo per evitare che, nel circuito chiuso di piattaforme web e appartamenti, queste ragazze si trovino in un isolamento persino più pericoloso, sia da un punto di vista sociale, sia sanitario, specialmente in un momento in cui il contatto fisico può rappresentare un rischio per loro e per il cliente, con addirittura la possibilità di scatenare nuovi focolai di Coronavirus. “Attraverso il telefono abbiamo lavorato molto in queste settimane per far arrivare a tutte – sottolineano dall’Unità di strada – informazioni chiare sulle misure di prevenzione, sui divieti e sui modi di agire in caso di contagio sospetto”.

Intanto a livello nazionale alcune storiche associazioni italiane di sex workers e servizi di outreach (escort), con Pia Covre presidente del “Comitato per i diritti civili delle prostitute” come capofila, si sono unite per una raccolta fondi per creare aiuti materiali e bilanciare l’assenza di interventi da parte delle istituzioni (al crowdfunding ha contribuito anche un famoso sito di recensioni di escort). “La maggior parte dei lavoratori e lavoratrici del sesso non è in grado di accedere alle prestazioni sociali istituite come misure di emergenza dal governo – spiega Pia Covre, presidente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute Onlus – non c’è una legge che ci tuteli, è un momento di disperazione e di paura, molte delle giovani sex workers donne e persone trans sono migranti, sole e senza una rete familiare a cui far riferimento; molte altre sono madri e con il loro lavoro sostengono tutta la famiglia”.