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Coronavirus, infermieri liguri sulle barricate: “Subito il tampone a tutti, gli ospedali sono polveriere”

Dopo la morte dell'infermiera del Villa Scassi l'allarme del sindacato Nursing Up: "Il virus cammina sulle gambe degli asintomatici, serve un vero screening su tutto il personale"

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Genova. Le ultime lacrime le hanno versate per Anna Poggi, turnista di grande esperienza in medicina d’urgenza al Villa Scassi. Se n’è andata nel giro di tre giorni, dopo essere risultata negativa al test sierologico. Mercoledì la comparsa della febbre, poi la polmonite, e il sabato prima di Pasqua ha smesso di vivere. Quando il figlio l’ha scoperta era già troppo tardi. Sarà un tampone post mortem all’istituto di medicina legale a chiarire se il coronavirus sia stato la causa del decesso. “Ma quel tampone andava fatto prima”, dice Enrico Boccone, responsabile regionale del sindacato Nursing Up.

“I dati ufficiali forniti dagli ospedali e dalle aziende sanitarie si basano sulle segnalazioni di infortuni sul lavoro. E sono fortemente sottostimati, perché dipendono direttamente dal numero dei tamponi“, spiega Boccone. Per dare un’indicazione sommaria, al 14 aprile al San Martino i tamponati su tutto il personale erano 424 (circa il 10% del totale) di cui 73 sono risultati positivi, cioè il 17%. Tra gli infermieri i contagiati erano 40 su 271, che equivale al 14%. Ma quelli che lavorano nel primo ospedale genovese sono quasi 2mila e la maggior parte di loro, quindi, non ha mai accertato se ha contratto il coronavirus, pur continuando a operare in corsia in mezzo ai pazienti.

Ad allarmare il sindacato degli infermieri è la procedura con cui si decide se effettuare il tampone. Secondo le indicazioni di Alisa si esegue solo in presenza di sintomi, oppure quando il test sierologico dà esito positivo. Chi viene classificato come “contatto a rischio” per aver assistito un paziente Covid senza dpi, se non si sente male, deve continuare a prestare servizio aggiungendo una mascherina chirurgica per proteggere i pazienti. Nessun controllo, nessuna presa in carico finché non si manifesta almeno un segnale della malattia.

” Il nostro timore è che in giro ci siano tanti colleghi contagiati che continuano a lavorare benché asintomatici, e il virus cammina sulle loro gambe. Noi chiediamo che venga avviato uno screening vero e proprio con tamponi a tutti gli infermieri, e questo non è mai stato fatto – chiarisce Boccone -. I tamponi finora sono stati eseguiti col contagocce. Nella fase iniziale è successo di tutto: ci sono infermieri ancora in attesa del risultato e colleghi fermati a casa coi sintomi che non hanno mai eseguito il tampone. Continuiamo a chiederlo a tutela dei lavoratori, ma anche per contrastare lo sviluppo di questo virus. Gli ospedali sono polveriere e nelle rsa ci sono situazioni ai confini della realtà”.

Tutt’altra cosa è lo screening avviato in Liguria su tutto il personale sanitario attraverso test sierologici, che non servono a trovare il virus ma a capire se l’organismo abbia sviluppato una risposta immunitaria dopo averlo contratto. Il prelievo di sangue, ricorda Boccone, “è utile ma ha dei limiti perché gli anticorpi IGG e IGM vengono sviluppati una decina di giorni dopo“.

Nel periodo di incubazione, insomma, quel test risulta sempre negativo. In tal caso gli infermieri continuano a lavorare correndo il rischio di infettare colleghi e pazienti. Almeno finché non arriva la malattia conclamata. Il dramma di Anna Poggi insegna: nel suo siero non c’erano anticorpi specifici ed è stata comunque stroncata in una manciata di giorni. “Forse, se facesse il test sierologico oggi, sarebbe ancora negativo”, osserva il responsabile di Nursing Up.

Il sindacato si prepara ancora alla battaglia dopo aver già inviato un mese fa un esposto alla procura di Genova per l’assenza o carenza dei dispositivi di protezione individuale. Ma già all’epoca veniva denunciata “la scellerata, nonché arbitraria, gestione dei tamponi non effettuati al personale sanitario esposto a pazienti positivi senza l’ausilio degli idonei Dpi, se non in presenza di sintomi, in assoluta controtendenza rispetto alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità”.