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Coronavirus, il nostro sondaggio: il 56% dei genovesi scaricherà la app Immuni per tracciare i positivi

Non si dovrà usare per forza: tra le critiche principali i rischi per la privacy e la mancanza di una strategia per sottoporre a tampone tutta la popolazione

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Genova. Circa il 56% dei genovesi scaricherà la app Immuni che sarà messa a punto per tracciare i contatti delle persone positive al coronavirus e limitare le possibilità di contagio durante la Fase 2. È il risultato di un sondaggio – senza alcuna pretesa di attendibilità statistica – che abbiamo lanciato una settimana fa sulla nostra pagina Facebook: sono stati 593 i voti a favore e 463 quelli contrari per un totale di 1056 preferenze espresse (anche se il post ha raggiunto oltre 23mila persone).

Dunque la maggioranza si fiderà – almeno così dice – e accetterà di mettersi in rete. Ma una parte sostanziosa, poco meno della metà, nutre ancora dubbi. Non solo in base a timori per la privacy, ma anche muovendo dalla corretta osservazione che il sistema di tracciamento servirà a poco se non si faranno test di massa per identificare il maggior numero possibile dei contagiati.

“Quando mi verrà fatto un tampone o test (senza dimenticare che anche su questi si è detto tutto ed il contrario di tutto), forse avrà senso utilizzarla, ma fino a quel giorno no, non la scarico”, dice Nadia Tenerini. Per Matteo Pozzi “dipende come funziona, ma io in quarantena mi ci metto se mi fanno un tampone e risulto positivo, non certo se una app mi dice che son passato a fianco ad un positivo”. E poi c’è chi teme per la libertà personale, chi non vuol essere controllato, chi pensa che sia il preludio all’installazione di microchip sottocutanei e così via.

Come funzionerebbe la app, sviluppata dalla milanese Bending Spoons, e quali sarebbero i suoi punti deboli lo abbiamo spiegato con dovizia di particolari in questo articolo. Per sintetizzare al massimo: quando scarico Immuni inserisco i miei dati personali, il risultato del mio eventuale test o tampone e alcune informazioni cliniche (malattie pregresse, farmaci assunti, eventuali sintomi). Quando passo vicino a un altro utente, i nostri smartphone si scambiano un codice criptato e anonimo attraverso il sistema bluetooth. Se sono entrato in contatto con una persona positiva (meno di un metro di distanza), l’applicazione mi avvisa e mi devo mettere in isolamento aspettando il tampone. I dati restano memorizzati sul mio cellulare e su un cloud della Sogei (la società informatica del ministero dell’economia) in modo che il messaggio di allerta possa essere retroattivo, nel caso abbia incontrato persone risultate contagiate solo in seguito.

Tutto così semplice? Non proprio. All’interno della task force guidata da Colao i pareri sono divergenti. Se infatti le linee guida europee stabiliscono che il download e l’uso possano avvenire solo su base volontaria, nel gruppo di esperti c’è chi sostiene che l’app non servirà a nulla se non ci sarà un meccanismo in grado di imporre la quarantena ai “contatti sospetti”. Per farlo, il sistema sanitario dovrebbe conoscere l’identità di ogni utente e questo impedirebbe di usare la soluzione già sviluppata da Apple-Google per tutto il mondo, con pesanti ripercussioni sulle tempistiche di sviluppo.

Il risultato del nostro piccolo sondaggio dà comunque l’idea di quanto sia ancora estesa la platea dei diffidenti e delle conseguenze che questo atteggiamento potrebbe avere sull’efficacia stessa del sistema. D’altra parte il Governo ritiene che il sistema di tracciamento, per dare risultati attendibili, debba essere scaricato dal 60% dei cittadini, traguardo che sul campione dei nostri lettori potrebbe essere raggiunto abbastanza agevolmente.

Restano oggettive, invece, le perplessità legate alla capacità di sottoporre a screening ampie fasce di popolazione. Stando agli ultimi dati disponibili, in oltre due mesi di emergenza in Liguria il tampone è stato eseguito almeno una volta su 27.852 persone, cioè l’1,8% della popolazione, dato che ci colloca stabilmente all’ultimo posto tra le regioni del Nord Italia, ma non troppo distanti dalla media nazionale che si attesta intorno al 2%.