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Fegino, spunta una diga mobile contro le alluvioni. Ma il commercio sta già morendo annegato fotogallery

Tre mesi dopo l'alluvione: in attesa della messa in sicurezza definitiva si pensa a un sistema di barriere per deviare l'onda di piena. Danni per 1,5 milioni e zero risarcimenti: "Se andiamo avanti così chiudiamo"

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Genova. Una barriera, una sorta di diga mobile da alzare quando scatta l’allerta rossa per costringere il rio Fegino a tornare nel suo alveo e impedire che i negozi di via Ferri finiscano sommersi dall’onda di piena. A più di tre mesi dall’alluvione è questa la soluzione che il Comune di Genova sta pensando di adottare per evitare altri disastri in un quartiere che oggi appare in ginocchio. La soluzione è stata prospettata durante un incontro tra gli abitanti e Stefano Pinasco, direttore dell’ufficio infrastrutture e difesa del suolo, e fa parte di un pacchetto molto più ampio di interventi di messa in sicurezza attesi nei prossimi mesi.

Alluvione a Fegino, commercianti in ginocchio

Perché un metro e mezzo di fango lascia veramente il segno, non solo sui muri ma anche sulla contabilità. È successo nel 2010, poi nel 2014. E ogni volta che si varca la porta di un’attività, in questo lembo dimenticato della Valpolcevera, la risposta è sempre la stessa: “Non abbiamo mai visto un euro“. Il Governo ha stanziato i soldi per le somme urgenze, ma i fondi per pagare i danni ai privati non ci sono. Nella sola zona di Fegino sono arrivate alla Camera di commercio segnalazioni per 1,5 milioni da 31 imprese. La metà sono piccoli commercianti e le loro richieste ammontano a 900mila euro. Un tessuto fragilissimo, che adesso rischia davvero di soccombere.

Tra la puzza di marcio e gli scatoloni lavora Tamara Artico, impiegata della Nuova New Light, una ditta che si occupa di sistemi di automazione. Tra il 22 e il 23 novembre la melma scesa giù da via Borzoli ha sfondato la paratia davanti alla porta del negozio e ha sommerso tutto. Lei è arrivata poche ore dopo: “Era tutto pieno di detriti, tronchi, c’era di tutto. Bastava mi venisse qualcosa addosso e mi trovavano ancora qua”. Un’esperienza che le ha lasciato il segno: “Io ho un bimbo che va alle elementari e al mattino quando piove mi dice: mamma, non andare a lavorare oggi, io ho paura. Ma io faccio l’impiegata, non l’artificiere. Non dovrebbe essere un lavoro pericoloso, no?”.

Generica

L’attività, gestita da Antonio Ruffo e Leonardo Caria, si è fermata per un mese. Ora, dopo aver messo mano ai risparmi, si cerca di ripartire, con oltre 100mila euro di danni e un’enorme quantità di materiale elettrico da buttare via. “Saldatrici, citofoni, telecomandi, tutto perso”, sospira Tamara mentre ci fa vedere i locali disastrati. “Io cerco di asciugare i documenti col phon e quest’odore fastidiosissimo me lo sento nel naso tutto il giorno. I muri sono impregnati di odore di fogna. E quando guardi il meteo e vedi che c’è brutto tempo ti chiedi come andrà stavolta. Lavorare così è pesante”.

A Fegino non sarà una primavera semplice. In aprile, salvo intoppi, partiranno i lavori della nuova roggia, un collettore dell’acqua piovana che passerà sotto le caditoie di via Ferri e scaricherà tutto nel tratto terminale del rio, già sottoposto ad adeguamento idraulico. I lavori sono stati finanziati per 750mila euro dalle Ferrovie. Un cantiere necessario per evitare gli allagamenti, frequenti anche senza esondazioni, ma che manderà nuovamente in tilt il traffico in un punto già martoriato per le chiusure di corso Perrone, imputabili prima alla demolizione e ricostruzione del ponte e poi alle frane in successione.

“Noi chiediamo che ci sia un posto dove garantire un minimo di parcheggi – spiega Antonella Marras, la presidente del comitato spontaneo Borzoli-Fegino – e a tal fine abbiamo individuato un’area in uso ad Ansaldo che possa dare respiro alle attività commerciali. Poi abbiamo chiesto che il Comune intervenga nei confronti di Autostrade perché renda disponibile lo spiazzo vicino al cantiere del nodo ferroviario in modo da ricoverare lì i macchinari da cantiere. Altrimenti qui sarà impossibile vivere e lavorare”.

Paradossalmente i lavori per mettere Fegino in sicurezza minacciano di dare il colpo di grazia ai negozianti già ridotti allo stremo. “Il rischio di chiudere è concreto – lamenta Marzia Millefiori del bar “Il Cantinone” – perché non riusciamo ad arrivare a fine mese e già abbiamo dovuto lasciare una dipendente a casa”. Nel loro magazzino è arrivata “un’onda anomala”, come la chiama lei, che ha devastato le cantine e mandato in malora l’intera collezione di vini. “Eravamo aperti da dieci mesi. Risarcimenti zero, aiuti zero e prospettive per il futuro molto poche. Vedete qui fuori? Parcheggi non ce ne sono, non si può fermare nessuno. Non possiamo indebitarci ancora. Se andiamo avanti così non arriviamo alla fine dell’anno”.

Generica

“Lavorare è la nostra unica arma, e con un cantiere davanti potremmo non riuscirci più”, dice preoccupato Enrico Ambrosi, titolare di un negozio di frutta e verdura con la moglie Mariangela Pesce. Accanto all’ingresso spicca la targa in ricordo della mitica prozia Gina, la Besagniña de Fegin: “Riforniva il negozio col carro a cavalli quando qui c’era ancora lo sterrato. Rappresenta la storia della mia famiglia, io a 14 anni venivo qui a portare qualche cassetta. Con questa attività ho cresciuto i miei tre figli. E adesso vedo un quartiere che si spopola, con locali che ormai non valgono più nulla”.

Nel frattempo le risorse per disinnescare il rio Fegino non ci sono ancora. Il progetto del terzo lotto, modificato più volte e definitivo già nel 2017, costa 7,6 milioni. La parte finanziata ammonta a 2,9 milioni, fondi stanziati nel 2010. Altri 3,5 sarebbero dovuti arrivare dal piano nazionale ‘Italia Sicura’, lo stesso dello scolmatore del Bisagno, soldi che il Comune avrebbe anticipato aprendo una linea di credito con la Bei. L’operazione però è saltata e da allora tutto l’iter si è fermato nel mezzo della conferenza dei servizi. Ora la Regione ha chiesto al ministero dell’ambiente di colmare la parte mancante.

alluvione Fegione

Ma se tutto andrà bene ci vorranno almeno due anni di lavori. E allora, nel frattempo, ecco l’idea delle paratie mobili, un sistema di ‘cancelli’ anti inondazione che porterebbe a chiudere completamente la strada all’altezza del ponte ferroviario ed eventualmente in altri punti sensibili. In questo modo si potrebbe fermare l’onda di piena che si riversa a valle usando come scivolo il rialzo stradale di via Ferri, messo sotto accusa dagli abitanti. Una soluzione di ripiego in attesa della sistemazione vera e propria che prevede di abbassare il livello dell’alveo, ricostruire gli argini, alzare la sede stradale e mettere in sicurezza anche gli affluenti Pianego e Burlo. Nei prossimi mesi Aster procederà alla pulizia dell’alveo nel tratto davanti alla Iplom, che pagherà l’intervento, per eliminare almeno un fattore di rischio.

Generica

Ogni tanto, però, riaffiora l’idea che ormai per Fegino sia troppo tardi. Che questo ex paese di campagna abbia perso ogni chance di essere un quartiere vivibile. “Ma chi ci viene ad abitare in una zona dove tutti gli altri c’è un’alluvione?”, sbotta Franco Traverso, 78 anni, memoria storica del luogo. “Io veramente ho poca speranza, non so neanche più se arrabbiarmi con qualcuno. Andare via? Ma io qui ci sono nato. E per andarsene ci vogliono anche i mezzi. Chi ci viene a comprare qua?“. Con gli occhi lucidi ci mostra i sotterranei di casa sua, spazzati via dall’ennesima inondazione. “Questa era la trattoria di mia nonna, da-a Nurin la chiamavano. Fegino era una cosa spettacolosa. Oggi è rimasto solo il petrolio. Che non serve a niente”.