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Coronavirus, un genovese in Austria: “Bloccato qui all’improvviso, ho scoperto cosa sono i confini”

Stefano, ricercatore di 27 anni a Innsbruck: "In due giorni è cambiato tutto, anche se volessi tornare in Italia è quasi impossibile"

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Genova. È successo tutto in pochissimo tempo. “Fino a due giorni fa il governo aveva detto che non ci sarebbero state restrizioni, ieri a sorpresa è arrivato il divieto di circolazione totale. Per la prima volta mi sento fisicamente bloccato, i confini non sono più linee immaginarie”.

A parlare è Stefano Lusito, 27 anni, ricercatore universitario nato a Genova che dal 2018 vive e lavora a Innsbruck, nel Tirolo. E cioè nel Land austriaco più colpito dal coronavirus con un 292 contagiati su un totale di oltre mille positivi. Da ieri anche lì sono scattate tutte le chiusure che al di qua del Brennero sono in vigore dall’11 marzo.

Con qualche variazione. “Possiamo uscire solo per fare la spesa o andare in farmacia, per assistere anziani o ammalati oppure per andare al lavoro quando non si può operare da casa – racconta Stefano, che a Innsbruck si occupa di materie linguistiche -. Da oggi in tutta l’Austria ci sono polizia e autorità a fare controlli. Ma a differenza dell’Italia non c’è bisogno dell’autocertificazione. Se vai in farmacia possono chiederti la ricetta, è possibile che un agente chiami il tuo datore di lavoro, mentre se vai a comprare o ad assistere un parente ti credono sulla parola”.

Per un genovese all’estero l’isolamento forzato è ancora più duro da sopportare. “Per l’Austria potrei superare il confine, ma ovviamente in Italia non è permesso viaggiare. Ma anche se avessi necessità assolute, per varcare di nuovo il confine dovrei presentare un certificato medico rilasciato al massimo quattro giorni prima che attesti il mio stato di salute. Avrei voluto tornare per Pasqua dalla mia famiglia, ma non posso farlo perché rischio troppe complicazioni”.

Di fatto non c’è via di fuga. Le frontiere sono chiuse in ogni direzione: Germania, Liechtenstein, Svizzera. Non verso l’Italia, ma è come se lo fossero. “Qualche giorno fa – racconta Stefano – ero giù di morale perché mi sentivo incarcerato qui, imprigionato, essendo cresciuto in una società dove i confini bene o male non ci sono. Invece ora ci sono e sono blindati, non sono linee immaginarie. Se uno ha il lavoro da una parte e la famiglia dall’altra non conta nulla, non puoi muoverti. Ora questo vale per tutti, anche per gli austriaci, e un po’ mi consolo. Non si possono prendere treni per spostarsi da uno stato all’altro. Si può solo rimanere a casa, ed è stressante“.

Stefano fa parte di quella categoria di lavoratori che possono organizzarsi senza problemi a casa propria. Ma non è così per tutti. “Andare in università è assolutamente vietato. Io curo un progetto di ricerca e posso fare tutto col pc, ma ci sono materie in cui il rapporto tra professori e docenti è necessario e in questi giorni è difficile organizzare le lezioni”.

Dalla finestra guarda le strade vuote, anche se qualche bambino che gioca ai giardini c’è anche lì, racconta: “Ma è giusto così, queste misure per quanto spiacevoli sono necessarie. Quello che conta è frenare il contagio, se ci fossero anche misure più stringenti per me andrebbero bene. Mi preoccupa molto di più quello che sta accadendo in Gran Bretagna”.

A far sorridere è la constatazione che, in fin dei conti, tutto il mondo è paese. Al contrario dei luoghi comuni, gli austriaci in queste ore non si sono comportati molto diversamente dai vicini italiani. “La gente ha preso d’assalto i supermercati, gli scaffali di prodotti per la pulizia e l’igiene oggi sono praticamente vuoti. E poi anche qui abbiamo visto i primi flashmob, con persone che facevano musica dalle finestre. Speriamo finisca presto, ma ho l’impressione che ne avremo per più di un mese”.