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Coronavirus, il collettivo Non una di meno alla Regione: “Estendere a nove settimane l’aborto farmacologico”

L'emergenza sanitaria rende più rischioso e poco opportuno l'aborto chirurgico negli ospedali già al collasso

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Genova. Estendere fino a nove settimane l’aborto farmacologico (al momento dalla settima settimana è obbligatorio il ricorso a quello chirurgico) per evitare di gravare sui servizi ospedalieri, ridurre i rischi di contagio e tutelare i diritti della donne. Lo chiede il collettivo Non una di meno in una lettera aperta indirizzata al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, all’assessore e ai vertici di Alisa.

Gent.le Presidente
in questa situazione straordinaria il sistema sanitario è messo a dura prova e anche in questa occasione tanta capacità di intervento e presa in carico si basa sull’impegno e il sacrificio del personale dipendente nel suo complesso, da chi si occupa delle pulizie negli ospedali al personale medico e infermieristico.
Siamo tutti e tutte impegnate in questa lotta contro la diffusione dell’epidemia, ma nonostante la nostra quotidianità si sia modificata radicalmente, gli aspetti legati alle fasi di vita e della salute delle donne sono rimasti gli stessi e questo può essere il momento di apportare dei cambiamenti per migliorare la risposta ai bisogni relativi al benessere delle persone, non facendola più gravare necessariamente sulla organizzazione ospedaliera e sul personale medico. In piena epidemia da COVID 19, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, è il caso di ripensare a come viene effettuato l’aborto farmacologico.

In Italia, infatti, unico paese europeo, vigono ancora due regole prive di
qualunque base scientifica: l’obbligo di far ricorso all’aborto chirurgico dopo la settima settimana di gravidanza per le donne che richiedono l’IVG e l’obbligo di ricovero per tre giorni per le donne che entro la settima settimana accedono all’IVG farmacologica. Chiediamo pertanto che il limite di utilizzo dell’aborto farmacologico sia esteso fino alla nona settimana, come previsto dalle indicazioni d’uso del farmaco così come avviene nel resto
d’Europa, e che venga rimosso l’obbligo di ricovero per tre giorni, cosa che al momento tante donne evitano firmando su propria responsabilità per essere dimesse, ma che ha effetti pesanti sulla procedura burocratica.
Crediamo sia il momento di iniziare una sperimentazione anche nella nostra regione, per la distribuzione della RU486 nei consultori. Oggi più che mai dobbiamo evitare di ingolfare gli ospedali e le sale operatorie. La nostra richiesta è coerente con il dettato della legge 194, con l’evidenza scientifica, con le procedure in atto nel resto d’Europa e con il buon senso e la volontà di molte donne.

Questa crisi dovuta alla pandemia sta dimostrando alla cittadinanza che non solo il servizio sanitario pubblico è un bene da preservare e sul quale bisogna investire risorse, ma che è possibile e necessario investire sui servizi di primo livello, sulla prevenzione e sulle risorse umane. Per questo denunciamo il depauperamento dei consultori della ASL3, un tempo servizi di eccellenza del nostro territorio, al punto che per le urgenze di IVG e gravidanza solo tre presìdi sono aperti tutti i giorni (e solo la mattina).

E sosteniamo la richiesta del personale infermieristico per rafforzare il ruolo degli infermieri e delle infermiere nel sistema sanitario, promuovendo modelli orientati all’autonomia e alla responsabilità, assegnando una leadership chiara in ciascuno degli ambiti in cui abbiano funzioni
e ruoli. C’è bisogno di sviluppare un gruppo professionale forte al fine di creare vere équipe multidisciplinari. La multidisciplinarietà di cui abbiamo visto i risultati di efficacia proprio nei consultori istituiti
con la legge 405, resta per noi un valore intrinseco, per questo anche in questi giorni di preoccupazione e difficoltà, non rinunciamo a sostenere la necessità di rilanciare la salute pubblica e la salute delle donne a partire dai territori.

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