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Coronavirus, boom di assunzioni interinali per le spese a domicilio. “Ne vale la pena? Meglio lavorare finché si può”

Contratti rinnovati di settimana in settimana, fino a quando non sarà finita l'emergenza

Genova. Si stima che siano un centinaio, solo su Genova, le persone che dall’inizio di marzo hanno trovato un lavoro, precario come non mai – e non solo dal punto di vista della durata del contratto – ma anche necessario come non mai. Sono i “ragazzi” (ma la loro età supera talvolta i 50 anni) che vengono pagati per ritirare i pacchi spesa dai magazzini dei supermercati e portarli nelle nostre case.

Coop, Basko, Carrefour, Conad e altre insegne sono corse ai ripari, di fronte all’esplosione di richieste di spesa a domicilio, nella gran parte dei casi rivolgendosi ad agenzie interinali, mediatrici nell’assunzione dei fattorini. Andrea (nome di fantasia) è uno di loro. “La catena per cui lavoro ha assunto molte persone nelle ultime tre settimane – racconta – abbiamo contratti settimanali, rinnovati ogni sette giorni, non sappiamo quanto durerà”.

La retribuzione, secondo alcune testimonianze, viaggia a partire dai 10 euro l’ora ma tra extra e mance si può guadagnare anche di più. “Diciamo che il pagamento è piuttosto buono rispetto ad altre esperienze con lavori interinali, come al solito al momento della firma del contratto i soldi sembrano un po’ di più di quelli che sono poi realmente, e le ore da trascorrere al lavoro un po’ di meno, i giri per consegnare la merce iniziano a essere sempre più lunghi perché sempre più persone ordinano on line, ma non ci possiamo lamentare”.

I sindacati erano pronti a quello che sarebbe stato un boom di assunzioni in questo settore. “Le nostre abitudini stanno cambiando e ci aspettavamo che il commercio avrebbe attinto a queste forme di lavoro – afferma Laura Tosetti, segretaria generale genovese del Nidil Cgil, che rappresenta la categoria degli “atipici” – come sindacato vigiliamo su due aspetti, quello della sicurezza e della salute del lavoratore, e quello contrattuale, con un riconoscimento di tipo economico parametrato ai contratti nazionali del settore e con i dovuti meccanismi di previdenza e malattia”.

“In questa fase l’aspetto della sicurezza per chi consegna la spesa, ma anche per i rider, è fondamentale – aggiunge – è necessario che vengano rispettate le linee guida del protocollo firmato dal governo e dalle parti sociali sulle condizioni minime di sicurezza delle attività lavorative che possono proseguire, quindi dispositivi di protezione individuali, disinfettanti, guanti e mascherine, mi è capitato di vedere dei “portapizza” senza mascherine né guanti, così non va bene”.

Anche perché la posta in gioco, questa volta, è alta. Altissima. Da un punto di vista della salute del lavoratore, ma anche del cliente. “A noi hanno dato guanti e mascherine, non so quanto possano essere sufficienti a garantire il rischio zero per il contagio, io personalmente utilizzo una mascherina mia, più efficace – continua il lavoratore – però stiamo attenti a tutto”. Nel suo caso, tuttavia, i contatti umani non sono eliminati, per esempio, dalla possibilità di pagare on line.

Generica

“Se il pagamento avviene in maniera anticipata con carta di credito possiamo lasciare la spesa nell’ascensore o davanti alla porta ma spesso il cliente paga sul momento con bancomat“, continua. E tra chi si fa consegnare la spesa a casa c’è di tutto: giovani, single, madri, ma anche molti anziani.

“Se questa malattia è seria come dicono – riflette Andrea – siamo a rischio anche noi, non tanto nel momento in cui incontriamo il cliente, ma in altre fasi, magari in magazzino, con i colleghi, o in altri momenti in cui c’è meno concentrazione”. “Se ne vale la pena? Non lo so, diciamo che appena finita l’emergenza tornerò alle mie occupazioni, e non vedo l’ora, ma l’impressione è che mettere da parte qualche euro sarà molto utile in vista del futuro”.