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A 27 anni in prima linea contro il coronavirus: “Il 95% di chi arriva è contagiato, tra loro intere famiglie”

La testimonianza di un giovanissimo medico genovese: "È peggiorato tutto in pochi giorni. Hanno spesso gli stessi sintomi, li riconosciamo subito"

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Genova. “Quanti pazienti riceviamo in un giorno? È difficile dirlo, dipende da quanto siamo pieni. Posso dire che il 95% di chi arriva sono sospetti casi di coronavirus, e quasi tutti poi sono positivi”. Probabilmente non avrebbe mai immaginato di imparare il mestiere nel bel mezzo di una pandemia globale.

Massimo (nome di fantasia perché preferisce restare anonimo), 27 anni, da pochi giorni medico al pronto soccorso di un ospedale genovese, si è trovato quasi per caso in prima linea contro la malattia. Un turno dopo l’altro, catapultato in un mondo inedito, è uno dei professionisti che ogni giorno vede sfilare decine di persone in barella, sempre per lo stesso motivo, sempre con lo stesso nemico da combattere. Il 5 marzo la chiamata, dopo due giorni il primo turno in corsia.

La situazione è degenerata molto rapidamente“, racconta. Un carico di responsabilità difficile da gestire. “L’impatto è stato importante, mi sono ritrovato con un preparazione teorica ma pochissima pratica, ho bruciato tutte le tappe. Ora mi capita di coprire anche turni di notte. Per fortuna ci sono medici e infermieri che mi danno una mano, è tutto molto complicato”.

Il coronavirus non è una delle tante materie da affrontare. In questi giorni è praticamente l’unica. “Il 95% dei pazienti che arrivano in pronto soccorso sono sospetti Covid-19, e quasi tutti sono positivi. La maggior parte accede in ambulanza, ma c’è ancora qualcuno che si presenta in autonomia. Ieri, ad esempio, un’intera famiglia con padre, madre e figli è arrivata in ospedale coi tipici sintomi. Adesso sono tutti ricoverati”.

Gli anziani sono la maggior parte, e molti arrivano dalle case di riposo. Ma non ci sono solo loro. “Vediamo anche molti pazienti di cinquanta, sessant’anni – conferma Massimo – e alcuni di loro peggiorano e muoiono in pochissimo tempo. Purtroppo lo scenario molte volte è lo stesso, li riconosciamo subito: 10-12 giorni di febbre, poi arriva la polmonite. È difficile mandare a casa qualcuno solo perché apparentemente sta bene, perché può degenerare in poco tempo. Il decorso è repentino, ma la ripresa è lunga e difficile. Nei casi più gravi si arriva alla terapia intensiva e sub-intensiva”.

In ospedale è una continua riorganizzazione. I posti letto al pronto soccorso vengono ricavati anche nelle sale d’attesa. Si cerca di sfruttare ogni singolo spazio, ma i ricoveri avvengono uno dopo l’altro e quando il sistema arriva a tappo bisogna dirottare le ambulanze altrove. “I dpi dobbiamo centellinarli, ogni volta che li usiamo dobbiamo firmare. Ma non è mai capitato che ci mancassero. Ora stanno facendo il tampone alla maggior parte del personale”, spiega Massimo.

Da un giovanissimo medico una testimonianza di coraggio e maturità: “Un po’ sono spaventato – confessa – ma la situazione qui in pronto soccorso sarebbe complicata a prescindere, è un ambiente impegnativo. Trovarmi a quest’età in questa situazione? Forse qualcosa andava cambiato prima. Molte persone come me sono in attesa di entrare nei corsi di specializzazione, ma negli ospedali mancano i medici”. Massimo ci saluta, oggi tocca il turno di notte e bisogna riposare. Per combattere questa guerra non serve nemmeno aver compiuto 30 anni.