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Coronavirus, sul treno fantasma coi pendolari Genova-Milano: cronaca di un viaggio surreale fotogallery

Tra mascherine e psicosi generale verso una città svuotata dalla paura: così l'allarme contagio ha stravolto la quotidianità dei genovesi che lavorano nella city

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Genova. Quando succede qualcosa di grave c’è sempre una zona rossa. Per chi vive in questa città è un concetto familiare: c’era una zona rossa durante il G8, c’era una zona rossa intorno ai monconi del ponte Morandi, ci sono zone ‘rosse’ quando piove forte e i torrenti esondano. Ovviamente anche per il coronavirus esiste una zona rossa. E Genova ne sta fuori, per ora.

Coronavirus, sul treno fantasma coi pendolari Genova-Milano: cronaca di un viaggio surreale

Ore 6.30, a Brignole pioviggina, il sole non è ancora sorto. Al binario 8 sta per arrivare l’Intercity 652, partito da Sestri Levante e diretto a Milano Centrale. È il treno dei pendolari, il treno di quei coraggiosi che ogni giorno dalla Liguria raggiungono la Lombardia per lavoro. Di quelli che poi, dopo otto ore in ufficio, tornano indietro e ne fanno altre due di viaggio, perché casa loro è al di qua dell’Appennino. Sulla banchina c’è poca gente, al massimo una ventina di persone. Sguardi assonnati, cuffiette e mascherine. Ma che avete capito, sono le mascherine paraocchi per dormire in poltrona con le luci accese. Sono le 6.35, il capotreno fischia: si può partire.

TRENO FANTASMA. Milano non è in zona rossa. In realtà non lo è nemmeno Lodi, capoluogo di una provincia che si è trasformata in focolaio virale blindatissimo (o almeno così dovrebbe essere). Ma l’Intercity va in Lombardia. A bordo troviamo Andrea Di Cesare, consulente legale per una società finanziaria che dal 2011 fa su e giù due volte al giorno, cinque giorni a settimana. È il presidente del comitato Assoutenti che dà voce ai pendolari Genova-Milano.

Coronavirus, sul treno fantasma coi pendolari Genova-Milano: cronaca di un viaggio surreale

Questo è uno dei treni più frequentati, di solito è molto popolato. Oggi, come ieri del resto, è quasi vuoto”. Il convoglio attraversa piano la galleria e si ferma di nuovo a Principe. Breve sosta e poi in marcia verso Nord con tre quarti dei posti a sedere clamorosamente liberi. E così “sembra di essere a Ferragosto”, ripetono i nostri compagni di viaggio. Alla base del fuggi-fuggi, probabilmente, anche la falsa notizia che i viaggiatori di ritorno dalla Lombardia dovessero autodenunciarsi e mettersi in isolamento. Ovviamente non è vero. Milano non è in zona rossa, ma l’effetto ottenuto è lo stesso.

TRA PSICOSI E RAZIONALITA’. Di fronte a Di Cesare è seduto Stefano Alvarado che segue cantieri per una società edile. Spicca la sua imponente mascherina FFP2, di quelle usate negli ospedali, che ci ricorda un po’ i quadri sulla peste nera. “È uno degli elementi di prevenzione più importanti, soprattutto a bordo del treno – spiega -. Ci sono stazioni intermedie dove si incontrano persone che potrebbero arrivare da aree limitrofe alla zona rossa. Del resto se uno non si lava le mani la mascherina non serve a nulla”. Psicosi? “No, la indosso anche per tranquillizzare moglie e figli che al mattino, quando esco di casa, sono in ansia. La metto solo nelle zone affollate e nelle stazioni”. Intanto Andrea Di Cesare si lava le mani con l’Amuchina. “Ma lo facevo anche prima, eh…”.

“Ogni giorno passo due ore sul treno – racconta Teresa che lavora a Voghera – e in questo ambiente ho paura. Sono preoccupata, per me e per gli altri”. “L’unica preoccupazione è che oggi pomeriggio ci sia il treno per tornare a casa, ieri in stazione Centrale era il caos”, ribatte Paola, impiegata. Un malore a Casalpusterlengo, sospetto caso di coronavirus, aveva mandato in tilt le linee per l’Emilia con ripercussioni su tutto il traffico milanese. “Io sono fatalista, non mi butto giù da un ponte ma non faccio neanche drammi. Certo, in metropolitana tiro su la sciarpa…”. Luciano è tranquillo: “Basta stare attenti, lavarsi di più le mani, non è il caso di mettere mascherine. Milano in questi giorni è nel panico, i social media non aiutano molto, la gente sta andando fuori di testa”.

Ma come mai il treno è semivuoto? “Molte aziende hanno detto ai loro dipendenti di lavorare da casa – ipotizza Michele, diretto a Rogoredo – altri sono proprio preoccuati ed evitano il treno. Certo, così si viaggia più comodi”, sorride. Preoccupazione? “Un minimo c’è, io cerco di fare attenzione alle persone che ho di fronte, sto a una distanza di sicurezza. Il gel disinfettante lo uso, le mascherine no”.
Mohammed va a Milano per lavorare in un centro di accoglienza: “Non ho paura, è una normale influenza, non so perché la gente abbia paura, non è obbligatorio fare tutto questo casino”. Poi però tira fuori dalla borsa due mascherine monouso di carta.

Sul treno troviamo anche anche chi, più o meno direttamente, è coinvolto nella faccenda. Come Aldo, farmacista in un ospedale di Milano. “Hanno ottenuto quello che volevano, cioè far viaggiare la gente il meno possibile”. Ma questa corsa a proteggersi serve davvero? “Disinfettare le mani sicuramente sì, sulle mascherine ho qualche dubbio, sono utili solo agli operatori sanitari quando si trovano di fronte a una persona infetta. Vedo troppa gente che si copre con sciarpe, scaldacollo, c’è tanta psicosi”.

“È un po’ surreale, non credo che la situazione oggi sia più grave che nei giorni scorsi – continua Di Cesare – però vedo più preoccupante quello che è successo nelle ultime due settimane, anche perché il periodo di incubazione è tendenzialmente di 14 giorni e non sappiamo cosa è successo una settimana fa”.

VITA DA PENDOLARI. “Ci sono giorni in cui il paesaggio fuori dal finestrino è spettrale. Oggi abbiamo visto quasi un bel panorama”. Un’ora e quaranta a viaggio nel mezzo della Pianura Padana, quando va bene, prima di arrivare a destinazione. Il treno è diventato quasi una seconda casa, anche se tanti si sono arresi e hanno abbandonato il pendolarismo. “Io a Milano ci ho vissuto nove anni, poi ho scelto di tornare dove sono nato. Ma muoversi tra le due città è complicato, ci sono troppi ritardi – racconta Di Cesare -. Chi ha potuto in questi anni si è trasferito. Anche lo smart working ha ridotto i flussi, io stesso da domani credo che potrò lavorare da casa”.

Anche Alvarado ha detto no alla vita milanese: “Mi fa piacere tornare a casa dalla famiglia, vedere i figli che crescono, e non solo tornare a casa il venerdì. È un costo in termini di tempo, ma viene compensato da un lavoro che mi piace e mi diverte. Mi ritengo fortunato”. Tira fuori lo smartphone e ci fa vedere delle foto: “Questo è l’aperitreno, lo facciamo sfruttando un bar dismesso nel vagone dell’Intercity che prendiamo per tornare. Tra colleghi e compagni di viaggio si festeggia e si brinda insieme con patatine e tramezzini. Ora, però, è meglio evitare…”.

NEL DESERTO DELLA BASSA… Sono le otto meno dieci quando il treno effettua la prima fermata in Lombardia, a Voghera. In pratica una stazione fantasma, come lo sono i vagoni. Sale una giovane, si chiama Chandra ed è diretta a Lodi, ai confini della zona rossa: “Penso che la vita debba continuare normalmente, le precauzioni vanno bene ma diffondere il panico assolutamente no. Certo, qualcosa non ha funzionato”. Prossima fermata Pavia. Gente con la mascherina passeggia sulle banchine semivuote. “Io ne ho una, ma solo se vado in posti affollati”, sorride Cinzia. L’impressione è che molta gente abbia deciso di non uscire di casa. “Di solito a questo punto del viaggio il treno è tutto pieno”, riferisce il nostro accompagnatore Andrea Di Cesare.

Senza ritardi ci avviciniamo a Milano Rogoredo. Si alza dal sedile un consulente informatico salito a Voghera, Umberto: “Tutto questo è dannoso, tutto per un’influenza un po’ più grave. La mia unica protezione? Chiudo il giubbino fino al volto, quando ho più vicinanza col prossimo, in metropolitana e nei vagoni affolati”. C’è anche Marta, una ragazza che si muove da Pavia. Per lavoro. Ci mostra le sue mascherine monouso: “Le metto solo quando c’è tanta gente”. Comunque meglio averle che non.

… E NEL DESERTO DELLA CITY. Rogoredo, si scende. Oggi non c’è ressa, ma spuntano da ogni angolo passeggeri coi più svariati tipi di mascherine. Le scale e i percorsi che portano alla metropolitana rimbombano di un silenzio inquietante. “Sembra di essere in un giorno festivo. Mi verrebbe da dire: fosse sempre così. Ovviamente è una battuta, vista la delicatezza della situazione”, dice Di Cesare. Aspettiamo il treno della linea gialla. A bordo qualcuno si protegge dal virus e qualcuno no. La situazione ha i suoi aspetti positivi. “Sono venuto in macchina da Crema, ci ho messo un quarto d’ora”, festeggia un passeggero a bordo.

Coronavirus, sul treno fantasma coi pendolari Genova-Milano: cronaca di un viaggio surreale

La nostra destinazione è piazza Duomo. Appena si sale in superficie, lo scenario lascia attoniti. Di fronte alla cattedrale chiusa ai turisti c’è un’enormità di spazio libero. Ci sono solo i piccioni e i visitatori stranieri: molti di loro scattano selfie e foto ricordo con la mascherina. Come se il contagio fosse una nuova attrazione italiana. “È tutto fatto apposta per fare incazzare la gente”, mugugna Manuele mentre distribuisce quotidiani gratuiti fuori dalla metropolitana.

La città è tutta chiusa: scuole, università, uffici pubblici, i bar dalle 18 alle 6. Andiamo a piedi verso Cordusio, poi il Castello Sforzesco. Per un pendolare genovese è una scena surreale al pari di ciò che vedono i meneghini doc: “La suggestione è negativa. A livello psicologico si trasmettono sensazioni di notevole preoccupazione. Anche i miei cari a casa vorrebbero che non mi muovessi”. Caffè, colazione e si va a lavorare. Salutiamo Andrea Di Cesare davanti alla sede del suo ufficio. Da domani, probabilmente, potrà lavorare comodamente da casa sua. Noi torniamo in Centrale, tra una mascherina e l’altra, e osserviamo che il traffico ferroviario è ancora nel caos. Per fortuna non i treni diretti in Liguria.

Coronavirus, sul treno fantasma coi pendolari Genova-Milano: cronaca di un viaggio surreale

AL DI QUA DELLE MONTAGNE. Scendiamo a Principe da un treno Thello che prosegue per Marsiglia. Al binario due o tre persone con la mascherina. “Anche qui?”, viene da pensare. No, sono solo viaggiatori. Nel resto della città appaiono tutti tranquilli: sarà perché le scuole sono chiuse e anche tanti lavoratori hanno scelto di stare a casa per accudire i figli. Genova non è in zona rossa e neanche Milano. Eppure la distanza tra due città che vivono opposti destini sociali ed economici sembra aumentata ancora. Ma almeno per oggi tutta la colpa possiamo darla al coronavirus.