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Coronavirus, dalla Cina il racconto di un docente genovese: “Popolo incredibile, con pazienza e rigore hanno evitato il peggio”

Alessandro Cangiano, 36 anni, nato e cresciuto Valpolcevera, non è fuggito. "Ho avuto paura solo quando per una febbre temevo di finire in ospedale, lì avrei potuto contrarre il morbo"

Genova. All’improvviso, su un gruppo Facebook di quartiere fra i tanti genovesi, un’immagine con numeri, logogrammi e parole cinesi correttamente traslitterate attira la nostra attenzione. “Questo è un ragazzo di Teglia, leggete, è interessante”, scrive una utente condividendo il post di questo expat, come si definiscono gli italiani all’estero. Solo che lui non è in un paese qualunque. Alessandro Cangiano, questo il suo nome, è uno dei circa 600 italiani attualmente in Cina. Da dove tutto è nato.

E’ così che lo “scopriamo”, casualmente. E scopriamo che la sua storia sarebbe interessante anche se non esistesse il Coronavirus. Alessandro, 36 anni, nato e cresciuto a Begato Vecchia (qualcuno avrà mangiato nella storica osteria, oggi chiusa, che era gestita dalla sua famiglia), un dottorato in letteratura ottenuto all’Università di Genova e la passione per l’arrampicata, a un certo punto decide di seguire un amico e la sua compagna cinese nell’avventura di aprire una scuola di italiano in Cina. Parte senza sapere una parola di cinese ma tra un thè e l’altro sorseggiato con un calligrafo discendente di Confucio e persone che diventano per lui “famiglia” si innamora di questo paese, della sua gente, della sua cultura.

“Nella vita pensavo che avrei voluto finire dappertutto tranne che in Cina, e invece questo formicaio umano che pulsa di vitalità mi ha conquistato”. Alessandro inizia a studiare il cinese da autodidatta, poi una serie di esperienze lavorative rocambolesche lo portano lontano dall’oriente, tra Berlino e l’Italia. “Ma la Cina mi mancava”. Oggi sta lavorando come insegnante di italiano alla facoltà di Legge dell’Università di Pechino con un contratto che durerà tre anni. “Poi si vedrà, mi piacerebbe restare, magari con progetti legati al turismo, vorrei portare gli italiani a scoprire questi luoghi anche se mi rendo conto che il momento non è proprio il migliore”, scherza.

Certo, il momento non è il migliore. In realtà, proprio dai racconti di Alessandro Cangiano, scopriamo che a parte a Wuhan e nell’Hubei, il paese non è l’inferno che ci immaginiamo. E questo è confortante, rassicurante. “Essere in Cina in questa fase è stata un’esperienza interessante – dice – ho potuto constatare di persona quanto i cinesi siano composti nelle loro reazioni, qui hanno fermato un intero paese, non solo una porzione, tranne farmacie e tabaccai, i negozi erano chiusi, ma la gente non è uscita di testa, sono rimasti a casa come dovevano fare e il problema è rientrato nel giro di tre settimane“.

Secondo Alessandro Cangiano c’è una misura che in Italia non è stata presa o è stata presa con un certo ritardo, ed è la quarantena per chi si spostava da un’area a rischio a un’altra area. Lo stesso docente genovese si è trovato a vivere una quarantena molto sui generis mentre si trovava in viaggio a Dali, una città di 3 milioni e mezzo di abitanti tra le montagne del sud, nella regione di Yunnan. “Da oggi non ci sono più controlli all’esterno. Il numero totale dei contagiati in questa città è di 13 persone, 11 già dimessi, io mi sono trovato nella cucina di una guest house in una casa di campagna con altri ragazzi cinesi e anche in questo caso ho notato la loro compostezza, la loro pazienza infinita”. Ha avuto la febbre, una normale febbre dovuta al fatto che in quella casa ci fosse freddo, e in quel caso ha avuto paura. “Sì, di finire in ospedale e magari, lì, beccarmi il virus”.

Chi talvolta non si è attenuto alle regole imposte dal governo cinese sono stati propri gli stranieri, quelli come lui. “La comunità straniera non si è adattata del tutto alle norme e questo può avere costituito un problema – racconta – quando è scoppiata l’epidemia mia madre era terrorizzata e voleva che io tornassi in Italia, ma ho deciso di restare, intanto perché transitare per degli aeroporti durante il periodo di diffusione di un virus sarebbe stato rischioso, poi perché non volevo essere proprio io lo “stronzo” italiano che portava il virus nel suo paese, infine perché mi fido ciecamente del governo cinese, qui quando si deve fare qualcosa per tutelare i cittadini lo si fa davvero, non c’è il rischio che vengano prese decisioni per cui qualcuno ci deve guadagnare”.

Alessandro Cangiano, che si definisce un “ibrido antropologico, né italiano ormai, né cinese” e che è fidanzato con una ragazza cinese, ha le idee abbastanza chiare sulla differenza tra “noi” e “loro” in questo momento. “Questa esperienza mi ha fatto pensare che la Cina sia meglio dell’Europa, i cinesi sono riusciti a confinare i casi soprattutto nello Hubei perché hanno avuto ottime direttive e perché la popolazione è stata molto disciplinata e rigorosa, e poi perché, diciamolo, sono un popolo ateo e vogliono vivere, non hanno il senso della trascendenza, vivere il più a lungo possibile è davvero molto importante”.