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Altro che Coronavirus: quando i genovesi importarono dalla Cina la terribile peste nera

Nel 1348 i nostri antenati diffusero il morbo che avrebbe sterminato un terzo della popolazione europea. C'è qualche analogia con la nuova malattia?

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Genova. Forse non tutti lo sanno, ma la terribile epidemia di peste nera che uccise un terzo della popolazione europea nel Trecento si diffuse nel nostro continente per colpa dei genovesi. È la storia di un’epidemia – anzi, l’epidemia per antonomasia – che ha davvero pochissimi punti in comune con quella del Coronavirus e che proprio per questo merita di essere raccontata, mentre in tutto il mondo ormai infuria la psicosi del contagio.

In realtà le due malattie condividono un fattore importante: entrambe hanno avuto origine dalla Cina. Ma è una semplice coincidenza, visto che il responsabile della peste si chiama Yersinia Pestis e non è un virus ma un batterio, trasmesso agli uomini dalle pulci dei ratti. E a quanto pare, responsabili della sua diffusione in Europa furono proprio i nostri antenati. “I genovesi – spiega Antonio Musarra, docente di storia medievale alla Sapienza di Roma – erano impegnati, a partire dal 1343, nella difesa della loro Genuensis civitas in extremo Europae: Caffa, in Crimea, assediata dai Mongoli dell’Orda d’Oro”.

C’entravano i commerci, ma anche la guerra: “Gli abitanti della cittadina resistevano con tenacia mentre l’esercito nemico era flagellato dalla pestilenza. Secondo diversi cronisti, prima di abbandonare l’assedio, il khan Ganī Bek avrebbe ordinato di gettare i cadaveri degli appestati all’interno delle mura, in quella che pare configurarsi come una vera e propria arma batteriologica – racconta Musarra -. Di qui, il bacillo si sarebbe propagato attraverso le rotte commerciali genovesi, inizialmente verso Costantinopoli, per poi arrivare a Messina nell’autunno del 1347. Dopo qualche mese d’incubazione, riapparve in maniera virulenta nella primavera successiva, diffondendosi a macchia di leopardo”.

Da lì in poi, nel giro di pochi mesi, il morbo si diffuse quasi ovunque e ovviamente non risparmiò Genova. Un’interessante testimonianza di quello che succedeva in città ce la offrono gli atti redatti tra il 16 e il 29 febbraio 1348 dal notaio Guidotto Bracelli. Si tratta di documenti “incompleti o abbozzati, comunque redatti in maniera disordinata (uno addirittura è scritto al rovescio), con un corsivo frettoloso – spiega ancora il genovese Musarra – e il motivo è presto detto: Guidotto roga in prevalenza per povera gente (artigiani, immigrati delle Riviere o dei borghi dell’Appennino), stanziata ai margini della città, in particolare nel quartiere dei lanaioli, e cioè nel borgo di Santo Stefano, incluso nella cinta urbana soltanto nel 1326. Ebbene: è la peste a fornirgli clienti, che chiedono con insistenza di fare testamento. Guidotto lavora incessantemente dall’ora prima sino al vespro, spingendosi dal Bisagno alle contrade di San’Andrea, Ravecca e Sarzano, senza rispettare un percorso logico ma secondo la necessità. Con tutta probabilità, siamo di fronte a un notaio alle prime armi. Forse per questo si espone al contagio: la sua carriera non deve interrompersi”.

C’è qualche analogia tra la peste nera e il Coronavirus? Probabilmente nessuna. I motivi sono fin troppo ovvi: diverso tasso di mortalità, diverse modalità di trasmissione, diverse condizioni igienico-sanitarie e conoscenze mediche neanche paragonabili. Nel 1348 il morbo viaggiò sulle navi genovesi, mentre oggi le merci che arrivano dalla Cina sono assolutamente sicure, come ribadito fino alla nausea dagli esperti. Ma forse, di fronte a paradossali corse alle mascherine antivirus e ingiustificabili fake news ed episodi di razzismo verso chi mostra lineamenti asiatici, val la pena ricordare le differenze. E ricordarci, con un mezzo sorriso, che i “colpevoli” della pestilenza all’epoca eravamo proprio noi.