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Revoca concessione ad Autostrade, Di Maio: “Dobbiamo resistere, è una questione di giustizia sociale”

Il leader 5s: "Un giorno potremo andare dalle famiglie delle vittime del Morandi e dire che quelli che hanno provocato crollo non gestiscono più ponti e autostrade"

Reggio Emilia. Sul fronte di una possibile revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, dopo quanto avvenuto al Ponte Morandi di Genova, “io penso che noi dobbiamo soltanto resistere perché nessuno sicuramente, oggi, ce lo riconoscerà mai quello che stiamo facendo. C’è ancora tanto da fare”. Lo ha detto, in un passaggio del suo intervento ad un incontro elettorale a Scandiano, Nel Reggiano, il ministro degli Esteri e capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio.

“Però – ha argomentato – prima o poi potremo andare dalle famiglie delle vittime di quel ponte a dire ‘guarda è successo ai tuoi cari, ma almeno quelli che lo hanno provocato non ci sono più a gestire ponti, cavalcavia, e autostrade nel resto d’Italia, quindi, magari non succederà ad altri cari di altre famiglie'”.

Parlando di quanto accaduto a Genova, ha proseguito Di Maio, “io veramente non riesco a capacitarmi: questo Paese ha perso 43 suoi concittadini, anzi alcuni erano cittadini di altri Paesi europei e del mondo, perché una società che prende miliardi di euro delle vostre tasse da anni non ha fatto la manutenzione del Ponte Morandi. Cade il ponte e ci sono voluti tre giorni per leggere sul giornale il nome dei Benetton”.

A quel punto, ha argomentato ancora il leader del Movimento 5 Stelle, “quando abbiamo cominciato a dire è una questione di giustizia sociale, noi abbiamo 3mila chilometri di autostrade gestiti da quei signori che non hanno gestito bene quel ponte, ci dobbiamo riprendere quei 3mila chilometri e togliergli le concessioni, è crollato un po’ il titolo il Borsa, e lì hanno iniziato a scandalizzarsi tutti quei signori. Crolla un ponte non gliene frega niente a nessuno. Crolla il titolo il Borsa e noi siamo quelli contro le imprese”. Ma, ha concluso Di Maio, “quelle non sono le imprese italiane. Quella è gente a cui sono stati garantiti profitti per miliardi di euro con contratti che non potevano neanche essere impugnati. Quante imprese oneste potevano lavorare e non lo hanno potuto fare a causa di quei contratti”.