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Meningite, il mostro che uccide in silenzio: allo studio vaccini gratis anche per adulti

Sale la preoccupazione dopo gli ultimi tre casi a Genova, ma gli esperti della Asl assicurano: "Da noi nessun focolaio del batterio"

Genova. “Tre casi in due mesi non sono un’emergenza. Siamo nella media”. I medici e i dirigenti delle aziende sanitarie lo ripetono come un mantra: non è il caso di fare allarmismo. Anzitutto perché gli ultimi episodi non sono correlati tra loro, assicura la Regione. E poi perché i numeri parlano chiaro: nel territorio metropolitano di Genova, escluso il Tigullio, i decessi causati dal meningococco sono stati dieci nel 2019 e altrettanti nel 2018.

A colpire, però, è la giovane età delle vittime e soprattutto quella morte velocissima e atroce, del tutto imprevedibile e inevitabile, perché quando compaiono i primi sintomi è già tardi per intervenire. Così se ne sono andati a novembre Ilaria Caccia, 27 anni, e a fine dicembre Joshue Cedeño (25) e Alicia Rodriguez (36).

Di fatto la meningite fulminante è un mostro in buona parte ancora sconosciuto. “In alcuni campioni di popolazione è stato riscontrato che il meningococco alberga addirittura nel 30% delle persone senza provocare conseguenze – spiega Marta Caltabellotta, direttrice sanitaria della Asl 3 – poi, per qualche ragione che ancora non sappiamo con certezza, in una percentuale minima dei pazienti a un certo punto si scatena l’infezione”.

La terribile sepsi meningococcica. E quando succede non c’è più nulla da fare. I sintomi sono quelli di una banale influenza: malessere generale, stanchezza, qualche linea di febbre. Poi la situazione degenera: “Il processo è rapidissimo e devastante, saltano tutti gli equilibri elettrolitici, gli organi interni cambiano struttura. In uno degli ultimi casi abbiamo visto che il polmone era diventato simile al fegato”. Entro due o tre ore dal ricovero arriva la morte. Impossibile studiare il batterio negli animali, perché si tratta di “un germe labilissimo che sopravvive solo nell’uomo”, spiega Caltabellotta.

Quindi è giusto vivere nel terrore e correre in ospedale al minimo sospetto? “Questo è proprio il messaggio che non deve passare – spiega Matteo Bassetti, direttore delle malattie infettive al San Martino – perché è impensabile recarsi al pronto soccorso con 38 gradi di febbre. Non è assolutamente il caso di preoccuparsi, sono casi sfortunatissimi ma anche isolati”.

Il modo per stare tranquilli tuttavia c’è. E si chiama vaccino. Quelli che proteggono dal meningococco B e C – i due ceppi più diffusi e aggressivi, in grado di provocare una morte di tipo “fulminante” – sono offerti gratuitamente dalla Regione agli adolescenti dai 12 anni fino al compimento della maggiore età. Questo perché, spiega la direttrice della Asl genovese, “quella tra i 15 e i 25 anni è la fascia più esposta secondo statistica”. Ma la somministrazione è efficace anche in età adulta. “Attualmente si sta valutando di offrirla gratis anche alle fasce che oggi non sono coperte“, continua Caltabellotta.

La decisione spetterà all’assessore regionale Sonia Viale sulla base degli studi forniti dalla commissione epidemiologica di Alisa. L’aspetto più incisivo è quello finanziario, che ha già pesato nell’estensione della gratuità agli adolescenti varata nel 2018. “Il dato più recente relativo alle coperture vaccinali ottenute in età pediatrica (coorte 2016) nell’ambito della prevenzione delle infezioni da meningococco – precisa in una nota l’assessore – si attesta al 91,3% nel contesto metropolitano (dato nazionale 84,9%)”.

Per ora gli esperti escludono che a Genova esista un focolaio del batterio, a differenza di quanto accaduto in Toscana nel 2016, quando era partita un’imponente campagna vaccinale. Il fatto che gli ultimi due morti fossero entrambi ecuadoriani e residenti a Cornigliano “è casuale – spiega la dirigente della Asl – anche perché abbiamo chiesto ad amici e parenti ed è emerso che non si conoscevano nemmeno. Negli ultimi anni sono aumentate la sensibilità e la capacità diagnostica, e c’è più attenzione mediatica sul tema. Ma i casi segnalati rientrano nella media”. Da precisare, se ce ne fosse bisogno, che la componente etnica è del tutto irrilevante. “Anzi, gli stranieri di solito sono più sensibili degli italiani e si vaccinano più spesso”, conclude Caltabellotta.