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Iran, ecco cosa rischia l’economia ligure: “Effetti non trascurabili, ma qualcuno ci guadagnerà”

Le sanzioni del 2017 hanno già azzerato le esportazioni, ma si teme per le conseguenze sui traffici marittimi. Cosulich ottimista: "È tutta una scaramuccia"

Genova. Al momento è presto per allarmarsi, ma la cautela è d’obbligo e le prime conseguenze della tensione in Iran potrebbero farsi sentire a breve. Dei rischi per la sicurezza pubblica, legati soprattutto agli obiettivi sensibili americani, abbiamo già parlato. L’altro livello di rischio è quello economico e il mondo produttivo genovese e ligure valuta di ora in ora l’evolversi della situazione internazionale.

“Auguriamoci che non sia un’escalation – avverte Giuseppe Zampini, presidente di Confindustria Liguria e amministratore delegato di Ansaldo Energia – perché gli effetti collaterali sulla nostra regione non sarebbero trascurabili. Oggi è difficile dare una visione d’insieme con certezza, bisogna aspettare almeno una settimana. Ma il primo effetto sarà l’aumento del costo del petrolio e questo influenzerà non solo l’economia ligure, ma anche i trasporti e il costo dei viaggi e quindi il turismo”.

Del resto si potrebbe dire che la guerra con l’Iran fosse già iniziata due anni fa. La ripresa delle sanzioni internazionali e l’inversione di marcia attuata da Trump nel 2017 hanno già avuto ripercussioni sull’attività delle aziende liguri. “Nel 2015 le esportazioni italiane verso l’Iran si aggiravano sugli 8 miliardi di euro, nel 2019 erano quasi azzerate”, ricorda Zampini che ne ha fatto le spese personalmente dovendo annullare tutte le commesse di Ansaldo Energia in quel paese.

“Da quando sono scattate le sanzioni a Teheran abbiamo chiuso tutto, avevamo cinque persone che lavoravano lì ma le abbiamo ricollocate – spiega Augusto Cosulich, leader mondiale dello shipping che nel 2015 aveva aperto nuovi uffici nella capitale iraniana -. Sì, ci abbiamo perso dei soldi, ma noi contiamo 74 società in giro per il mondo e quel business pesava per lo 0,1%”. Il suo impero, nato a Trieste ma con base operativa a Genova, era stato tra i primi a riconquistare i mari persiani diventando l’agenzia generale della compagnia statale nei primi anni Settanta. Altri tempi.

A preoccupare, insomma, non è tanto un conflitto nel Golfo Persico quanto “l’esportazione di questa tensione sui paesi limitrofi – dice ancora Zampini – ad esempio la Libia non è correlata ma potrebbe diventarlo, e se la situazione degenerasse in una guerra di religione anche paesi più tranquilli come l’Egitto potrebbero essere coinvolti”. Egitto vuol dire ovviamente canale di Suez e conseguenze a catena per le rotte delle navi che fanno scalo nel Mediterraneo. “È chiaro che, se in quell’area ci fosse instabilità, per noi sarebbe un problema”.

Sul chi va là ci sono anche gli spedizionieri. “Al momento non abbiamo ricevuto disdette – riferisce Giampaolo Botta, direttore generale di Spediporto – ma le conseguenze potrebbero essere rilevanti se venissero meno i contratti legati ad alcune grosse commesse industriali che il nostro paese ha siglato con l’Iran”. Si parla di strade, gasdotti e attività che coinvolgono varie aziende italiane, almeno quelle poche sopravvissute alle sanzioni, che comunque si avvalgono in gran parte dei terminal genovesi per imbarcare il materiale destinato all’Iran. “Al momento procediamo con serenità, ma è chiaro che misure di embargo o limitazioni al traffico aereo avrebbero un impatto importante”.

Paradossalmente c’è chi dalla situazione potrebbe trarre vantaggio. Anzitutto gli operatori del turismo in Liguria che negli anni scorsi si erano giovati dell’allarme terrorismo e avevano intercettato i flussi del Nord Europa in cerca di mete vicine e sicure. Ma non solo. “Se alcune tratte aeree in Iraq saranno interdette alcuni vettori verrebbero agevolati rispetto ad altri”, osserva Zampini. Senza dimenticare che cieli più pericolosi potrebbero indurre a spostare una quota del traffico merci via mare, con beneficio indiretto dello shipping.

“Però al momento è tutto prematuro, aspettiamo di vedere cosa succede”, frena il presidente di Confindustria. Mentre il “cinese” Cosulich, uno dei più accaniti sostenitori della Via della Seta, interpellato sul rischio di una guerra sotto casa fa spallucce: “È tutta una scaramuccia a colpi di titolo di giornali per farsi pubblicità all’interno del proprio elettorato, sia in Usa che in Iran. Di natura sono ottimista. Penso e spero che non sia nulla di importante”.