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Convegno Lega ‘Aiutiamoli a casa loro’, don Giacomo: “Fanno leva sulla paura, ma il Re è nudo”

Genova. In merito al convegno organizzato questo pomeriggio a Tursi dalla Lega “Aiutiamoli a casa loro”, riceviamo e pubblichiamo il post di don Giacomo Martino, responsabile dell’ufficio Migrantes della Curia di Genova

Stamane leggo il comunicato di un “incontro pubblico” a Palazzo Tursi dal titolo “Aiutiamoli a casa loro”.

Detesto ogni tipo di polemica, non credo nelle “sparate” gratuite e nella contrapposizione “tout-court” ma oggi non posso tacere.
Tra i vari relatori leggo nomi di persone per le quali ho anche una stima personale e, anche per questo, devo parlare.
Le premesse per cui ritengo assolutamente grave ed inopportuno questo “incontro pubblico”, così organizzato,  sono innanzitutto:

il titolo, “aiutiamoli a casa loro” è evidentemente fazioso. Sono confidente che il simposio avrà toni rispettosi ma questo non è sufficiente.

Le parole hanno un peso importante e cambiano completamente la percezione dell’altro. Una cosa è dire “richiedente asilo” o “immigrato” mentre un’altra è appellare lo straniero sempre con l’etichetta di “clandestino”.
In un successivo comunicato sull’evento odierno si specifica che il titolo dell’incontro “non è uno slogan” ma tale “excusatio non petita” (spiegazione non richiesta) appare una chiara “accusatio manifesta” (evidente auto accusa).

Rimane saldo il principio per cui ciascuno dovrebbe poter rimanere a casa sua, nel proprio paese senza dover scappare da guerre, disastri naturali, persecuzioni personali o di popoli per motivi politici, religiosi, culturali, scelta personale o, comunque, non poter condurre una vita dignitosa.
Da decenni i missionari, religiosi e laici, le associazioni umanitarie e uomini e donne di buona volontà operano direttamente sui territori disastrati tentando di arginare l’egoismo dei potenti che, sfruttando risorse, persone e paure, creano condizioni di assoluta invivibilità.
Dire semplicemente “aiutiamoli a casa loro” è invece uno “slogan brutale” che, dietro al “politically correct”, soffia sulle paure e sull’egoismo di ogni uomo e donna che, intimoriti, preferiscono “non sporcarsi le mani” e non vedere la grave ingiustizia mondiale.

Queste persone non si aiutano a casa loro con “tavole rotonde” o discorsi pseudo-buonisti semplicemente perché una casa, questi, non ce l’hanno più.

I relatori, nella nota del comunicato sono citati come “importanti studiosi”.

L’iniziativa, proprio leggendo i nomi dei relatori, appare evidentemente istituzionale e organizzata da un gruppo consiliare nei palazzi Comunali di Tursi.

I promotori e conferenzieri sono persone deputate al governo cittadino che hanno diverse e importanti responsabilità sulla gestione della “polis”, della città intesa come le persone che la abitano.

Dopo molti mesi in cui questo “titolo/slogan” è stato declamato in ogni piazza, in qualsiasi campagna elettorale, in qualsivoglia contesto atto a generare il falso “fantasma dell’invasione straniera” ritengo che tale iniziativa sia quantomeno inopportuna.
Se davvero si volesse tentare di dare una risposta al problema delle ingiustizie mondiali per cui, quest’anno passato, oltre 257 milioni di persone (si ho scritto giusto) emigrano dal proprio paese il tavolo giusto è quello della Comunità Europea e quello mondiale dell’ONU e non quello del Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi.

I più grandi statisti e politici della storia mondiale ci insegnano che “governare una città” lo si fa partendo dalle fasce deboli, dalle periferie, dai malati, dai poveri e dai disadattati.

Rendere “sicura” una città non lo si fa aumentando i poliziotti e i militari ma semplicemente offrendo vera integrazione e dignità a quanti, da soli, non possono o non sanno ancora convivere nella società civile.

I cosiddetti decreti Sicurezza hanno reso il nostro Paese sempre più insicuro negando il diritto di tentare un’integrazione a quanti hanno dovuto lasciare “casa loro” anche per motivi non immediatamente legati alle categorie dello status di profugo o rifugiato. Motivi ugualmente gravi.

Anche l’attuale Governo nazionale, invece di pensare a togliere semplicemente le multe alle navi delle ONG, dovrebbe pensare seriamente di appoggiare la recente iniziativa del Ministro Lamorgese e porre fine a questa piaga sociale della illegalità burocratica. Chiediamo coraggio a chi ci governa e non chiacchiere.

Se precedentemente circa il 55% dei richiedenti protezione internazionale ottenevano i documenti, almeno per 24 mesi in cui sperimentarsi nel loro progetto di vita e di integrazione nelle nostre città, oggi, grazie a queste scelte scellerate, il 96% di quanti sono scappati da “casa loro” sono ridotti allo stato di totale “illegalità”.

Senza documenti non si può affittare legalmente una casa, accedere a un lavoro e pagare le tasse, avere l’assistenza sanitaria dei residenti. Illegale non vuol dire “mafioso o farabutto” ma di fatto la semplice mancanza di documenti consegna queste persone nelle mani della criminalità organizzata.

La gente è intelligente e non cade più nel giochino di quello che, prendendosi 10 degli undici biscotti che sono sul tavolo, grida al cittadino di stare attento che il povero vuole parte del suo unico dolce rimasto.

Il titolo di questo incontro appare un accanimento su un’importante “leva comunicativa della paura” che, purtroppo, ha falsamente ottenuto e può continuare a riscuotere consensi elettorali da quanti, spaventati dalla falsa percezione dell’invasione, preferiscono che altri aiutino “queste persone a casa loro”.

La tempistica appare evidentemente falsata. In un momento in cui moltissime Cooperative di Accoglienza che promuovevano importanti progetti di integrazione stanno chiudendo i battenti e licenziando centinaia di dipendenti “italiani” per insufficienza di fondi (nell’ultimo bando sono state decurtate il 40% delle risorse per l’accoglienza) il dialogo con le istituzioni appare l’unica strada possibile per gestire la vera criticità.

La conclamata invasione dello “straniero” diventa, nella percezione della gente, la realtà misconoscendo il diritto dei documenti, del lavoro e di ogni tentativo di reale integrazione.

Ogni notte a Genova e in Italia decine di migliaia di “senza tetto stranieri” si aggiungono ai molti clochard già presenti sul territorio perché ridotti allo status di irregolari e senza possibilità di regolarizzazione.

Questi sono i tempi in cui, anziché produrci in proclami elettorali, dobbiamo avere il coraggio di sederci ed affrontare insieme i veri problemi sociali di questa città, del nostro paese.
Non è più il tempo delle grida e delle fiaccolate ma è tempo di rimboccarsi tutti le maniche senza distinzioni partitiche, sociali, culturali o religiose

Ho voluto scrivere tutte queste cose ben conscio della mia miseria, delle mie incongruenze personali e della mia fragilità.

Non voglio fare “il maestrino” di nessuno e non ho mai prestato il fianco a nessuna parte politica. A quanti mi invitano a congressi, conferenze o manifestazioni, soprattutto quelle contro qualcuno, ho sempre risposto che non è il mio compito, che non ho né la capacità culturale né sociale di dire agli altri cosa devono fare.
Non ho altre bandiere o parti da sostenere se non quella del Vangelo e della Chiesa che mi accoglie e mi sopporta.

Un Vangelo che continua a darmi la direzione per incontrare il Signore Gesù non nei simboli della Croce o del Rosario ma in chi ha fame, in chi ha sete o è senza vestiti, o straniero o malato o in carcere.
Incontro il mio Signore in chi non ha voce e, maldestramente, provo a prestargli la mia.

In questi tempi in cui l’egoismo di pochi rischia di mettere a ferro e fuoco il mondo intero con le scaramucce nucleari credo che, ognuno di noi, sia chiamato a fare pace nel suo cuore e in quello di chi gli sta davanti.

Credo nell’umanità, credo nella grande risorsa che ogni uomo e donna hanno e possono mettere a servizio degli altri senza più cedere alla paura.

Aiutiamoli …… si, anche a casa nostra perché anche loro hanno il desiderio di aiutarci!  Non alzo la voce, non grido perché cerco il dialogo. Sto al mio posto ma questo non significa che non posso gridare che il Re è nudo. Aiutiamoci a casa nostra.

Don Giacomo Martino