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Concessioni autostradali, e se fosse tutto un bluff? Ecco perché la revoca fa paura al Governo

Divisioni politiche, rebus coperture ma non solo: il Governo rischia guai seri se Autostrade vincerà la sua battaglia

Roma. Un piede sull’acceleratore a tavoletta, l’altro pronto sul freno per inchiodare. Perché il rischio di schiantarsi esiste ed è molto alto. La revoca della concessione ad Autostrade sarebbe davvero questione di giorni, come riportato ieri in base a indiscrezioni romane, ma al tempo stesso tutti cercano di rimandare il più possibile. Perché la partita si gioca in base a equilibri fragilissimi che non sono solo quelli politici interni alla maggioranza.

Secondo fonti parlamentari la questione non verrà affrontata nel prossimo consiglio dei ministri. Inutile fasciarsi la testa prima delle due grandi scadenze di fine mese: la prima, le elezioni in Emilia Romagna del 26 gennaio. La seconda, il giorno dopo, l’arrivo del Milleproroghe alla Camera. All’articolo 35 del decreto c’è la norma che metterebbe in salvo lo Stato dalla maxi penale ad Autostrade prevista dal codice degli appalti e che farebbe scendere i costi della revoca da 23 miliardi a circa 8 miliardi. Ma sul testo pende la mannaia dell’incostituzionalità, e in tal caso il divorzio dai Benetton sarebbe insostenibile per le casse pubbliche.

Ma c’è molto di più. A Montecitorio gira voce che il democratico Roberto Gualtieri, ministro della finanza, voglia rifiutarsi di firmare il ritiro della concessione a queste condizioni. Se infatti la commissione europea dovesse accogliere le osservazioni di Atlantia – fatto plausibile visto che non c’è nemmeno una sentenza di primo grado ad accertare il “dolo” o “inadempienza grave” su cui punta il Governo – lo Stato sarebbe obbligato a risarcire i 23 miliardi e scatterebbe la responsabilità per danno erariale. E a quel punto sarebbero in due a palazzo Chigi a doverne rispondere davanti alla Corte dei conti, Gualtieri e De Micheli.

Un pericolo che sarebbe ancora più concreto se la revoca avvenisse tramite un decreto ministeriale, che è un puro atto amministrativo e non ha bisogno di passaggi in Parlamento. Il tutto in attesa della pronuncia della Consulta sul ricorso al Tar per l’esclusione dai lavori del ponte sancita dal decreto Genova: se Autostrade dimostrasse di avere ragione, nascerebbe un precedente molto pesante. L’altra strada è quella del decreto legge, che però dovrebbe essere convertito dalle camere. E al Senato, con le “barricate” ormai scontate dei renziani di Italia Viva, il Governo potrebbe non avere i numeri.

Ammesso poi che le revoca costi “solo” 8 miliardi, cifra pari al costo delle sole opere fatte senza contare quelle programmate nel contratto, questi soldi comunque andrebbero trovati. E lo Stato ad oggi non ha un fondo di garanzia per casi come questo. Poi ci sono i 7mila dipendenti di Autostrade, che arrivano a 20mila con l’indotto: dovrebbe assumerli Anas, ma servirebbero circa 3 miliardi e al momento la liquidità non c’è. Inoltre si stima un’esposizione di Aspi con le banche di almeno 8 miliardi, e in caso di fallimento lo tsunami di Atlantia potrebbe travolgere i correntisti. Insomma, una catastrofe.

Per tutte queste ragioni, e ovviamente per le divisioni all’interno della maggioranza, gli esponenti di governo dichiarano di aver fretta ma in realtà procedono a tentoni. Un’ipotesi è quella di decidere ora sul ritiro della concessione, ma ritardandone l’efficacia al 2021, per dar tempo almeno di reperire le coperture necessarie. Ma non è detto che la ragioneria dello Stato dia il via libera.