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Cibo a domicilio, a Genova un esercito di 300 rider: “Chiediamo un contratto vero e maggiori tutele”

Chi sono, quanto guadagnano e come lavorano i fattorini a due ruote che ci portano la cena a casa

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Genova. Li vediamo sfrecciare a qualunque ora e con qualsiasi condizione meteo a bordo di biciclette o più spesso di scooter e moto, affrontare i saliscendi della nostra città sotto la pioggia o con il vento forte per consegnare nelle nostre case sushi, hamburger, pizze, e tutto quello che ormai sempre più genovesi ordinano con due clic per risolvere il pranzo o la cena. Ma chi sono e quanti sono i rider genovesi? Come lavorano? Con che contratto e a quali condizioni?

I numeri e le aziende
Sono circa 300 i rider genovesi su un dato stimato a livello nazionale di 20 mila ciclo-fattorini. I numeri tuttavia sono incerti e in continuo divenire visto che si tratta di un settore che sfugge alle statistiche e che presenta un alto tasso turn over. Le principali piattaforme di food delivery a Genova sono quattro: Deliveroo, Glovo, Just eat e Uber Eats. Le aziende non forniscono i numeri dei collaboratori occasionali e rintracciarli non è semplice sia perché non esiste un luogo fisico dove possano incontrarsi. I rider non hanno un luogo di lavoro, spesso si ritrovano davanti alle stazioni, o in piazza o in un centro commerciale per sfuggire al freddo in attesa che arrivi l’ordine per la consegna. La Cgil attraverso un progetto attivato dalla Camera del lavoro sta tentando di creare un coordinamento come sta avvenendo in altre città (dove i numeri sono più alti), sono state fatte alcune riunioni ed è stata creata una pagina Facebook.

Identikit del rider
La maggior parte dei rider è giovane, con un’età media di 25 anni: ci sono studenti universitari o ragazzi che terminata la scuola cercano in questo modo un primo inserimento nel mondo del lavoro, ci sono parecchi stranieri in attesa del permesso di soggiorno per motivi umanitari e altri che, proprio grazie a al lavoro di rider, riescono a rinnovare il permesso stesso. “Infine sta crescendo il numero di persone più grandi, che hanno perso il lavoro e con queste piattaforme cercano di mettere insieme uno stipendio” spiega Alfredo Pongiglione che per la Cgil si occupa di orientamento al lavoro ma che mesi è stato attivato per cercare di raccogliere le istanze dei rider genovesi.

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Il “padrone” è un algoritmo
Il contratto, che spesso viene firmato senza avere nessuna persona fisica davanti ma semplicemente utilizzando le piattaforme delle agenzie di delivery inviando i documenti e firmando con la firma digitale, è un contratto di collaborazione occasionale. “Solo Just eat utilizzava fino a poco tempo fa, tramite la cooperativa Foodpony, il cococo per i rider – spiega ancora Pongiglione – ma l’entrata in vigore del decreto 101/2019 che prevede nuove tutele per i rider che entreranno in vigore tuttavia tra 8 mesi, di fatto ha reso più difficoltoso l’utilizzo del co.co.co anche just eat ora come gli altri utilizza la collaborazione occasionale”. Una volta che si sono accettate le condizioni del contratto ci si può loggare sulla piattaforma, visionare i calendari e scegliere orari di lavoro e le zone. La sede ovviamente non c’è. Grazie a una cauzione le aziende spediscono a casa il baule per le consegne e a volte altri gadget come il sistema per agganciare il cellulare alla bici, giacche impermeabili, custodie impermeabili. Ovviamente il mezzo di trasporto ce lo mette il lavoratore, che è lavoratore autonomo a tutti gli effetti: senza partita iva fino a 5 mila euro l’anno, con obbligo di partita iva sopra.

Lo stress del ‘calendario’ e del punteggio
Ogni piattaforma settimanalmente in un giorno prestabilito rende disponibile ai rider il suo calendario dove i ciclo/moto fattorini possono scegliere i turni e le zone tra quelle disponibili. Tutto semplice quindi? Non proprio visto che l’uscita del calendario a detta di diversi lavoratori causa parecchio stress. La regola infatti è quella del “chi arriva prima meglio alloggia” per la scelta di turni e zone. Insomma per accaparrarsi più turni e trovare quelli che si immagina possano rendere di più in termini di consegne bisogna essere pronti al clic. E non è finita: su Glovo e Deliveroo vige un sistema “premiale” per cui prima di poter arrivare a scegliere i turni occorre completare un certo numero di consegne: a quel punto il punteggio alto di consente di scegliere i turni migliori, ma se disdici un turno troppo tardi oppure non dai la disponibilità nei week end il punteggio si abbassa e prendi solo gli ‘scarti’. Anche per questo la Cgil ha citato in giudizio la piattaforma Deliveroo davanti al tribunale di Bologna accusando il sistema, che ha anche un nome (Frank), di essere discriminatorio.

Quanto guadagna un rider?
Il rider viene pagato a cottimo quindi il guadagno dipende dalle ore che si fanno, dai turni e dal numero di consegne effettuate. Ed anche dalle piattaforme. Chi ne ha provate più d’una spiega che attualmente quelle che ‘pagano’ meglio sono Deliveroo e Just Eat. Ogni sistema è diverso e mette insieme il numero dei km percorsi, la fascia oraria e il numero di consegne. Se nelle ore di disponibilità le consegne non arrivano c’è chi questa disponibilità la paga meglio e chi decisamente peggio. Con una consegna si possono guadagnare 4 euro come 11 a seconda di diversi elementi. Insomma, almeno a Genova, diventare ricchi è improbabile. Solo chi lavora moltissimo (10-12 ore al giorno) riesce a mettere insieme poco più di un migliaio di euro al mese. Alcune aziende forniscono bonus per chi lavora nel week end oppure con la pioggia, mentre la difficoltà di pedalare a Genova non è considerata. Anche per questo, chi può permetterselo preferisce di gran lunga fare le consegne con un mezzo a motore.

Lo studente-rider: “Bene gli orari flessibili, ma serve più sicurezza”
Luca ha 23 anni, studia all’università, e lavora per una di queste piattaforme. “Studiando questo lavoro mi permette parecchia flessibilità sia rispetto alla quantità di ore sia alla decisione di rinunciare a un turno di lavoro perché magari sono indietro con la preparazione di un esame. E’ questo uno dei pochi vantaggi di fare il rider”. I guadagni? “Diciamo che in un anno io, che lavoro solo per avere un minimo di indipendenza dai miei genitori per le mie spese personali, ho guadagnato circa 2 mila euro, ma ovviamente se si fanno tanti turni si guadagna di più”. Luca lavora con il suo motorino e cerca di fare ‘base’ nella zona dove abita in modo da restare in casa il più possibile a studiare finché non arriva un ordine. Tra i problemi che rileva il principale riguarda la sicurezza: “Da un lato è evidente che chi ha progettato i bauli con cui ci fanno uscire non è mai stato in moto perché sono pericolosi e soprattutto quando c’è vento rischiano di farti sbandare, come è capitato spesso a me. Un altro problema è il sistema di pagamento in contanti che “fa si che ci ritroviamo spesso anche a tarda sera in zone pericolose e con tanti soldi in tasca”. Ancora, non c’è mai alcuna persona fisica a cui fare riferimento in caso di problemi: “Una volta avevano un responsabile di zona per la città, ora non c’è più e dobbiamo chiamare un numero di qualcuno che non sappiamo dove è fisicamente”.

I clienti? “Spesso non hanno abbastanza rispetto”
A volte a creare problemi sono gli stessi clienti: “Succede che facciano degli errori con gli indirizzi, oppure che non si facciano trovare a casa. In quel caso noi dobbiamo stare lì per 10 minuti, che per noi è tempo di lavoro perso, oltre il tempo segnaliamo il problema tramite la app e ci dicono cosa fare”. Tra le richieste di chi fa questo lavoro c’è quella di avere comunque un bonus per le ore in cui non arrivano gli ordini: “Spesso mi è capitato di vedere colleghi fermi a Brignole magari in una serata piovosa, ad attendere ordini che non arrivavano eppure quello per noi è comunque un tempo di lavoro”. Oltre ai problemi con l’azienda Luca solleva una questione generale rispetto ai clienti: “In generale chiederei alle persone di essere più comprensive, perché chi fa un lavoro di questo genere, da un certo punto di vista degradante, lo fa per necessità. Anche il fatto che lo facciano tanti ragazzi stranieri suscita sempre le reazioni più assurde, da un lato la gente lamenta che gli stranieri non lavorano, poi se lavorano sembra che rubino il posto a qualcuno. Andrebbero sensibilizzati un po’ al rispetto”.

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Da dipendente a rider: “Sogno la tredicesima e mezzi in dotazione”
Alessandro, 45 anni, ha cominciato a fare il rider un anno fa. Ha girato tre delle quattro principali aziende, ha visto e incontrato tante persone che fanno questo lavoro come lui. “Lavorando per due piattaforme in contemporanea per per circa 10-12 ore al giorno – racconta – metto insieme puliti circa 1100 euro, ma per questo ho dovuto aprire la partita Iva e pagare un commercialista che mi segue”. Alessandro prima faceva il postino per un’azienda privata, poi a causa di una lunga malattia, ha perso il lavoro ed è diventato un rider. Che cosa vorrebbe? “Vorrei un contratto decente, con la tredicesima almeno visto che da quando ho perso il mio lavoro a tempo indeterminato è qualcosa che mi manca molto”. Alessandro lavora molto, per lui non ci sono feste e non si lamenta: “Sono anche riuscito a comprare casa con un mutuo che sto pagando” racconta. Ogni giorno attraversa la città con la sua moto ma chiede qualche garanzia in più: “Sarebbe bello che fossero le stesse aziende a fornirci gli scooter o che perlomeno dessero un contributo forfaittario per la benzina o la manutenzione che è tutta a carico nostro”.

In bici o moto anche con l’allerta rossa
Il rider non si ferma mai nemmeno con l’allerta che, come si sa a Genova, arriva spesso e di ogni colore, dalla gialla a quella più pericolosa l’allerta rossa. “Ho visto colleghi lavorare con l’allerta neve l’hanno scorso e pure con l’allerta rossa” racconta Luca che fortunatamente può permettersi di evitare di rischiare: “Quest’anno un pomeriggio ho lavorato con allerta gialla ma appena ho visto che la situazione stava peggiorando mi sono tolto dal turno serale. L’azienda per la prima volta, visto che con loro abbiamo rapporto solo tramite la app, mi ha chiamato chiedendomi il perché visto che non hanno idea di cosa significhi allerta nella nostra città”. “Questa è una battaglia che come Cgil vorremmo portare avanti in particolare a Genova – spiega Pongiglione – perché come i lavoratori del porto giustamente chiedono che questo venga chiuso in caso di allerta crediamo che non abbia senso che ci siano persone che debbano girare in moto o in bicicletta rischiando la vita per una consegna”.
Parlando con i rider di sicurezza è impossibile non tornare con la memoria alla tragedia di Mario Angelucci, che lavorava per la cooperativa foodpony, investito a settembre da un ubriaco in suv mentre faceva consegne con il suo scooter. “Dopo quella tragedia – racconta Luca – sono andato in banca e ho stipulato un’assicurazione perché è difficile potersi fidare in caso accada qualcosa”. Perché qualche azienda “l’assicurazione l’ha pure introdotta ma non sempre paga ed è meglio non fidarsi”.

Non solo rider: dai call center ai camerieri, lavoro sempre più precario e mal pagato
Non solo rider, bensì un mercato che offre sempre di più un lavoro povero e male remunerato. “Insegnanti, precari, porta pizze, camerieri, navigator, lavoratori dei call center, giornalisti free lance sono solo alcune delle categorie – spiega il segretario del Nidil Cgil Laura Tosetti – che come sindacato cerchiamo di raggiungere ma non è facile perché spesso manca un luogo fisico di lavoro che un tempo era anche luogo di costruzione di identità sociali. Oggi abbiamo sempre più a che fare con luoghi virtuali difficili da raggiungere”. Se il Governo e spesso anche i media dedicano di volta in volta attenzione alle situazioni che diventano per forza di cosa visibili, il mondo del precariato è molto più ampio in un mercato del lavoro che almeno in questa regine continua a offrire poco. Gli ultimi dati riferiti alla Liguria relativi al terzo trimestre del 2019 elaborati dall’ufficio economico della Cgil su base Istat parlano di un tasso di disoccupazione dell’8,4% con 55.515 disoccupati a cui si aggiungono tuttavia circa 267.500 inattivi, cioè persone che non studiano e non cercano lavoro, un dato che seppur in diminuzione negli ultimi anni conferma una sorta di rassegnazione da parte un’ampia parte di liguri, come conferma il Nidil: “Quando parliamo con questi lavoratori – spiega ancora Tosetti – emerge un atteggiamento di forte preoccupazione perché nonostante il lavoro sia poco remunerato molti sono convinti che non c’è altro al di fuori. Ne sono un esempio i lavoratori del call center che seppur con paghe orarie di poco più di 4 euro temo costantemente il licenziamento perché le aziende fanno chiaramente capire loro che dietro di loro c’è la fila di persone pronte a prendere il loro posto”.