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La Bohème al Carlo Felice, tre motivi per andare a vederla fotogallery

Il pubblico viene catapultato in un mondo colorato e giocoso

Genova. Una Bohème colorata, giocosa, riuscita. L’opera di Puccini, che ha debuttato ieri sera al Teatro Carlo Felice (in scena sino al 29 dicembre), nell’allestimento proposto già nel 2014, ha ottenuto un buon successo complessivo. Gli applausi (due rimarchevoli ovazioni per il Marcello di Michele Patti e la Mimì di Rebeka Lokar, al debutto nel ruolo) sono stati distribuiti equamente per tutto il cast e la regia, con una menzione d’onore, meritata, per il direttore d’orchestra Andrea Battistoni, ormai sempre più mattatore qui a Genova.

Per conoscere la trama vi rimandiamo al nostro Lirica for dummies. Dopo averla vista, ecco i tre motivi per andare a teatro ad assistere dal vivo a quest’opera che non conosce flessioni nel suo successo, come ha anche spiegato Leonardo Pinzauti nel saggio contenuto nel programma di sala: invenzioni musicali destinate a fare storia.

L’allestimento
Difficile non rimanere a bocca aperta già davanti al pannello che sostituisce il sipario. Francesco Musante, pittore ligure, ha uno stile inconfondibile. I colori pastello caratterizzano tutta la scenografia e i costumi: uomini con pantaloni a righe e la tuba sulla testa, donne-fate, i quarti di luna che non mancano mai nelle sue opere. Tutto sembra assumere una dimensione favolistica. La soffitta in cui abitano i quattro bohèmien, si trasforma in un carillon al cambio di scena, con tanto di omino che gira la manovella e strappa un applauso a scena aperta. Qualche chicca: il Café Mamus, è in realtà scritto caffè con tanto di croce su una f, sopra la stufa, accesa solo grazie alla decisione di bruciare uno dei drammi di Rodolfo, un quadro con la scritta “fermé pour l’hiver”, chiuso per l’inverno. Anche gli esterni, nel terzo quadro, sembrano usciti da un libro per bambini. Spensieratezza e giocosità dunque, non solo dramma.

Le scene d’insieme
Un café Mamus come sempre molto vivace, ma mai confusionario, merito di una regia (Augusto Fornari assistito da Lorenzo Giossi) attenta a non strafare. Un’ottima alchimia si è notata anche tra i quattro bohèmien nelle scene in soffitta. La Bohéme è un’opera in cui questo aspetto “di gruppo” conta parecchio e le interazioni, anche fisiche, tra tutti i protagonisti sono state molto realistiche e prese davvero sul serio da tutti i cantanti, tanto che alcuni lievi imprevisti sono stati salvati in corner proprio dalle abilità a recuperare in extremis: una moneta stava rotolando sul piano inclinato creato scenograficamente per rappresentare il pavimento della soffitta, poco prima di cadere è stata bloccata con un piede e raccolta come se niente fosse. Anche l’abbraccio con giravolte tra Musetta e Marcello dopo aver fatto pace, era talmente intenso da rischiare di terminare con una caduta di entrambi su uno dei tavolini.

L’interpretazione
Stefan Pop, bella voce, anche se a nostro parere un po’ ingolata, soprattutto all’inizio, è riuscito a dare grande espressività al suo Rodolfo, sia col volto, sia coi movimenti, nonostante la grande presenza fisica. Sempre la fisicità avrebbe potuto essere d’ostacolo per Rebeka Lokar nell’interpretare la malata Mimì, ma anche in questo caso, l’interpretazione è stata all’altezza. A rendere il tutto più fluido e piacevole sono state proprio le performance dei co-protagonisti: il genovese Michele Patti aveva proprio le physique du rôle per dare al suo Marcello sfumature che sono state parecchio apprezzate dal pubblico. Anche la Musetta di Lavinia Bini è stata civettuola quanto basta, ma anche intensa nel finale, in cui Battistoni ha fatto dare davvero tutto a orchestra e cantanti. Bene anche il Colline di Romano Dal Zovo e il Schaunard di Giovanni Romeo.