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Teatro pieno e applausi per il Dna raccontato con musica e parole da Deproducers e Telmo Pievani foto

Un racconto scientifico di ciò che compone le nostre cellule, accompagnato da musica e visual di grande impatto

Genova. Teatro della Tosse tutto esaurito ieri sera e applausi calorosi per il nuovo spettacolo dei Deproducers: Dna, ospitato nel programma del Festival della Scienza.

Ogni cellula contiene circa 2 metri di dna, ma in fondo non conta quanto dna si possiede, visto che una cipolla ne ha molto di più rispetto all’uomo. Sono solo alcune delle curiosità contenute in questa nuova proposta, la terza, dei Deproducers, che mescola musica, effetti visivi e brevi momenti di pura conferenza scentifica.

Dopo Planetario, dedicato all’universo e Botanica, che ha permesso la divulgazione di aspetti legati alle piante poco noti e davvero sorprendenti, questa volta il gruppo formato da Max Casacci, Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo e Riccardo Sinigallia, (con la batteria di Simone Filippi) si è misurato con ciò di cui sono composte le cellule degli esseri viventi: quell’acido desossiribonucleico che ha consentito l’evoluzione e la diffusione della diversità sino a oggi.

La struttura degli spettacoli dei Deproducers è sempre la stessa: le note accompagnano le immagini che scorrono su uno schermo alle spalle dei musicisti, alternate a momenti puramente divulgativi narrati da una figura di spicco legata al tema. Per Dna è Telmo Pievani, filosofo, storico della biologia ed esperto di teoria dell’evoluzione, autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali, professore Ordinario dell Dipartimento di biologia dell’Università degli Studi di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche; dal 2017 è anche presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica.

Si parte con l’Abiogenesi, l’origine della vita, cioè il processo naturale con il quale la vita si origina a partire da materia non vivente, come semplici composti organici, per passare al racconto della Storia compatta della vita: miliardi di anni condensati come se fosse un solo anno solare. Per 10 mesi su 12 è solo storia di organismi monocellulari. L’homo sapiens entra in gioco solo alle 23.32 del 31 dicembre.

Si procede, trascinati da una musica a tratti potente, a tratti minimal, senza doversi sforzare per capire concetti comunque complessi, perché spiegati con grande abilità sia dai meravigliosi visual di Marino Capitanio sia dallo stesso Pievani, scoprendo quanto nell’evoluzione contino sia il caso sia la necessità, quanto il sesso sia importante perché genera diversità, cosa sia l’Apoptosi e quanto in realtà ognuno di noi non sia poi così diverso dagli altri, visto che condividiamo gli stessi antenati, 50-60 mila persone nate in Africa e il 99,9% di dna, quella combinazione di A G C T, ossia adenina, guanina, citosina e timina, le basi azotate che costituiscono gli acidi nucleici.

Non vi sveliamo quante sono state le generazioni di uomini che si sono succedute sulla terra, né quanti sono stati gli uomini che hanno vissuto sinora sul nostro pianeta, lo si scopre assistendo allo spettacolo, che nell’ultima parte evolve in qualcosa di più rispetto alla semplice divulgazione e qui si sente l’influsso della Fondazione Airc, che ha prodotto il live: una presa di coscenza del fatto che il cancro non vada più chiamato “male oscuro”, “brutto male”, ma definito per ciò che è, visto che le previsioni parlano di un aumento dei casi. Il pubblico in questa fase viene chiamato a partecipare, alzandosi nel caso abbia affrontato un tumore o sia capitato a un proprio familiare: la platea era praticamente tutta in piedi. Il messaggio finale è di speranza, legato a doppio filo alla ricerca scientifica, con l’invito ad accendere le luci dei telefoni cellulari per non spegnere la luce delle scoperte, spesso figlie del caso e della curiosità del ricercatore. Più luci restano accese, più possibilità ci saranno di sconfiggere la malattia.