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Fegino, incubo alluvioni ancora per anni: spariti i soldi per la messa in sicurezza fotogallery

Per finire i lavori serviranno due anni ma per ora non possono nemmeno iniziare. I soldi promessi dal governo Renzi non ci sono più. Piciocchi: "Ci siamo attivati con Roma"

Genova. Ci vorranno anni per evitare che Fegino sprofondi ancora nel fango come nella notte tra venerdì e sabato. Nel frattempo non c’è nulla che si possa fare se non pregare, o magari andarsene. I soldi per completare la messa in sicurezza e scongiurare una nuova alluvione al momento non ci sono: la conferma arriva dall’assessore ai lavori pubblici Pietro Piciocchi e dai tecnici di Tursi che in questi giorni stanno rispolverando le carte dopo le pressioni del sindaco Bucci. Promessi dal governo Renzi e ritirati dai ‘gialloverdi’, di fatto non sono mai entrati nelle casse comunali.

Eppure la parola “sicurezza” è risuonata per sei anni, qui all’incrocio tra via Borzoli e via Ferri. Sei anni per ricostruire il ponte sul rio Fegino a un metro e mezzo dall’alveo, come prevede la normativa vigente sul ‘franco idraulico’ in base alla portata di piena duecentennale. Una scelta contestata dagli abitanti del quartiere che temevano l’effetto piscina.

Detto fatto. L’esondazione è avvenuta centinaia di metri a monte, dove il Fegino ha pochissimo spazio per scorrere. A fare da tappo sono state anche alcune passerelle metalliche a servizio dei capannoni industriali: i detriti si sono incastrati sotto e non hanno più lasciato passare l’acqua.

alluvione Fegione

Così tutto il flusso tracimato è finito giù, nella conca di via Ferri, allagando negozi e cantine. Secondo molti, il ponte rialzato ha contribuito in maniera decisiva. “Non mi sento di condividere questa tesi”, si limita a commentare Piciocchi. La direzione opere pubbliche del Comune sostiene che non si potesse procedere in altro modo: per disinnescare un rio come quello si parte dalla foce, altrimenti il tappo a valle vanificherebbe i lavori.

Ma facciamo due conti al volo. Il progetto del terzo lotto, modificato più volte e definitivo già nel 2017, costa 7,6 milioni. Per terminarlo servirebbero due anni, mese più mese meno. Si tratterebbe in sostanza di abbassare il livello dell’alveo, ricostruire gli argini, alzare la sede stradale e mettere in sicurezza anche gli affluenti Pianego e Burlo (variante quest’ultima chiesta dalla Regione).

La parte finanziata ammonta a 2,9 milioni, fondi stanziati nel 2010. Altri 3,5 sarebbero dovuti arrivare dal piano nazionale ‘Italia Sicura’, lo stesso dello scolmatore del Bisagno, soldi che il Comune avrebbe anticipato aprendo una linea di credito con la Bei. L’operazione però è saltata e da allora tutto l’iter si è fermato nel mezzo della conferenza dei servizi. In ogni caso sarebbero serviti altri 1,2 milioni e questi non ci sono mai stati, nemmeno nelle intenzioni.

alluvione Fegione

Ma che fine hanno fatto quei soldi? La banca europea degli investimenti, fino al 2018, era pronta a concederli a tasso agevolato. Poi però il ministro Costa, membro dell’ex governo Lega-M5s, ha rifiutato il piano perché contrario ai principi “del buon padre di famiglia”, in quanto gli interessi sarebbero stati pagati “da tutti i contribuenti italiani”. La questione era tornata d’attualità con un’interrogazione presentata a Tursi dall’ex assessore Gianni Crivello. Pochi mesi dopo è accaduto l’irreparabile.

Del resto le complicazioni non erano (e non sono) solo finanziarie. Il progetto originario prevedeva di chiudere via Borzoli per otto mesi, eventualità che i residenti hanno cercato di scongiurare in tutti i modi. Alla fine è arrivata un’intesa con Rfi per l’apertura di un varco supplementare nel ponte della ferrovia, un bypass che poi sarebbe diventato definitivo. Ma soprattutto non si potrà mettere mano al rio Fegino finché non saranno spostati i tubi dell’oleodotto, quelli che portano il greggio della Iplom e che oggi passano interrati sotto il letto del corso d’acqua. Per procedere si attende un via libera ministeriale che, salvo ulteriori intoppi, potrebbe consentire di partire a maggio coi lavori per rendere ‘inerti’ le vecchie condutture.

Ma tutto sarà comunque inutile finché mancherà la copertura finanziaria. “Intanto abbiamo approvato il progetto. A maggior ragione, dopo quello che è successo, continueremo a chiedere fondi a Roma”, spiega Piciocchi. L’idea è quella di provare a sbloccare investimenti a livello comunale o interpellare direttamente la Regione. “Perché non li hanno chiesti prima? – si chiede Antonella Marras, presidente del comitato spontaneo – E intanto, i negozianti e la gente che abita lì cosa devono fare? Noi ci sentiamo presi in giro. Questo è un disastro annunciato. Le amministrazioni sono cambiate ma dirigenti e progettisti ci hanno sempre dato imperterriti le stesse risposte”.

Domani si terrà un incontro nella sede del municipio Valpolcevera, a Bolzaneto, con gli assessori Piciocchi e Bordilli. “La nostra prima urgenza è cercare di risolvere i disagi attuali”, spiega l’assessore ai lavori pubblici. Ma tra i cittadini di Fegino serpeggia la paura: alla prossima allerta cosa accadrà? “Stiamo pensando di chiedere al Comune di concedere dei locali dove le attività economiche possano trasferirsi finché non saranno completati i lavori”, dice Marras. In una brutta parola, delocalizzare. Questo sarà uno dei temi sul tavolo. Anche se, a dire il vero, la ripartenza è un lontano miraggio. La conta dei danni è ancora in corso, ma le cifre calcolate dai singoli toccano già livelli siderali: 80, 100mila euro e in certi casi anche di più.