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Trilogy in two al Duse, un’esperienza tra suoni e immagini con una monumentale Helga Davis fotogallery

Lo spettacolo è in scena sino al 30 ottobre

Genova. Un’esperienza intensa e non comune quella che attende coloro che andranno a vedere (e sentire) “Trilogy in two” di Andrea Liberovici, nuova produzione del Teatro Nazionale di Genova in coproduzione con Fondazione I Teatri / Festival Aperto Reggio Emilia, in scena al Teatro Duse sino al 30 ottobre (biglietti a 15 euro, sconto a 10 per i giovani).

Andrea Liberovici è un autore completo (suoi il libretto, la musica, i video e la regia) in costante evoluzione nella sua “ricerca” teatrale, i cui messaggi non sono mai facili da leggere o comunque lineari.

Per chi non avesse mai visto un suo spettacolo vi avvertiamo: non attendetevi un’opera con una trama e una musica orecchiabile da portare a casa, potreste restare delusi. Se invece siete aperti a una proposta che trascende il teatro classico a cui siamo (forse troppo) abituati, allora correte a vederlo, anche per la enorme bravura di Helga Davis, protagonista assoluta insieme ai suoni prodotti dallo Schallfeld Ensemble diretto da Sara Caneva.

Il palco nudo, senza sipario, accoglie gli spettatori, che possono vedersi riflessi dal grande specchio che è, all’uso, lo schermo proiettore delle immagini, protagoniste dello spettacolo insieme al suono.

Attorno alla pedana rialzata centrale, da un lato sedie e strumenti musicali, dall’altro una postazione in cui si intravede un cestello di lavatrice, uno xilofono e altre componenti che serviranno per creare un tappeto sonoro davvero sorprendente.

Al centro di tutto c’è lei: Helga Davis, artista e performer interdisciplinare newyorkese, che si è esibita sui
più prestigiosi palcoscenici internazionali e nel 2016 è stata l’interprete principale dell’opera di Robert
Wilson e Philip Glass “Einstein on the Beach”.

Parole, corpo e voce (straordinaria) per dar vita a una performance intensa, una riflessione sulla bellezza, sulla solitudine, sul cervello umano, dominato dalle emozioni, un flusso di coscienza, con diversi riferimenti alla società di oggi, una citazione di Goethe (non ve la sveliamo), autore da cui Liberovici da anni ormai si lascia ispirare, una dedica a Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, un secondo atto (breve) che racconta una Venezia acustica, un madrigale per nove stanze, la parte “più facile” che strappa più di un sorriso.

Davis è uomo e donna, il Faust della situazione: si presenta sul palco con un tailleur giacca e pantalone più grande di lei e in poco più di un’ora e mezza tiene avvinti gli spettatori come un magnete, giocando con le parole, un fiume di parole (in inglese, ma ci sono i sovratitoli) e, come accade in poesia, occorre non farsi troppe domande sul significato immediato: lasciatevi trasportare.

Protagonisti, alla pari della performer, loro, i giovani dello Schallfeld Ensemble. Un sonoro che non è un semplice accompagnamento, che non è confortevole e contribuisce a trasmettere inquietudine. Archi, fiati, ma anche scopettoni, frullatori, persino la cannuccia che aspira un liquido. Tutto si intreccia alla perfezione con la voce di Davis o ne accompagna le riflessioni.