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Regionali Umbria, ipoteca sul bis di Toti? In Liguria continuano le manovre Pd-M5S

Il governatore sotto l'ala di Salvini: "Dai moderati voce sempre più flebile". Ma in Liguria non tramonta l'ipotesi giallo-rossa, Lunardon: "È ancora in piedi, ma prima parliamo di obiettivi"

Genova. Ennesimo trionfo di Salvini, alleanza Pd-M5s schiantata al suolo, renziani (per ora) non pervenuti. Il risultato nettissimo delle elezioni in Umbria, dove la candidata del centrodestra Tesei stravince col 57% (coi sovranisti Lega-Fdi insieme al 47%) sembrerebbe un’ipoteca sul bis di Giovanni Toti alle regionali del 2020.

Nel frattempo chissà se – anzi – chissà quanto, oggi, in via Maragliano, nella sede genovese del Pd, “si parlerà umbro”. Il Partito Democratico si riunisce con altre forze del centro sinistra (Italia Viva, Linea Condivisa, Articolo 1, La Sinistra) e senza M5S per iniziare a ragionare su come muoversi in vista delle regionali in Liguria della prossima primavera.

Finora il primo dato certo, e allarmante per la tenuta del governo giallo-rosso, è che l’asse elettorale tra Di Maio e Zingaretti si rivela un flop colossale. Donatella Tesei, la candidata di Salvini, ha trionfato con un distacco di quasi il 20% su Vincenzo Bianconi, appoggiato da M5S, Pd e Leu. Ma soprattutto crollano i cinque stelle (al minimo storico del 7,5% quando alle politiche 2018 avevano ottenuto il 27,5%) e anche i Dem sono in calo (21,3%).

“Una sconfitta non può fermare le alleanze Pd-M5S”, afferma il presidente del consiglio, più che mai convinto che comunque, da soli, i due partiti non possano andare da nessuna parte. E se è vero che recuperare anni di amministrazioni fallimentari e problematiche nella regione del centro Italia non era semplice, forse Zingaretti e Di Maio, ma ancora di più il premier Giuseppe Conte, si aspettavano qualcosa di meglio.

Al primo banco di prova, il teorema dell’unione forzata contro il nemico comune non ha funzionato. La domanda è per quanto tempo potrà reggere a palazzo Chigi, e se mai potrà essere replicato tra meno di un anno in Liguria.

Eppure l’ipotesi di un’alleanza Pd-M5S in Liguria non è affatto tramontata. I contatti spasmodici tra centrosinistra e grillini, che hanno già partorito decine di candidature virtuali puntualmente ‘bruciate’ dai quotidiani (la più recente è quella di Federico Romeo, presidente del municipio Valpolcevera), non sembrano destinati a interrompersi.

“Per quello che mi riguarda l’ipotesi è ancora in piedi – spiega Giovanni Lunardon, capogruppo dem in Regione – anche se credo che dobbiamo evitare un errore, che è quello di pensare che possa esistere uno schema calato dall’alto. Certo non basta un accordo, bisogna individuare quali sono gli obiettivi concreti su cui costruirlo. Prima verifichiamo se c’è una base comune per costruire intese solide. In Umbria hanno inciso molto ragioni locali, ed è comunque una sconfitta molto netta che deve far riflettere”.

È pur vero che i cinque stelle, dal canto loro, non possono più ignorare la gravissima crisi di consensi, inesorabile a partire dal matrimonio con la Lega, e dopo l’ennesimo schiaffone la tentazione è quella di chiudere per sempre alle alleanze coi partiti. “Questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti”, si legge sulla pagina Facebook del Movimento. La strategia di Alice Salvatore è comunque improntata alla cautela. Nella base c’è chi spinge forte per il ritorno alla linea originaria, senza unioni contro natura.

Con o senza cinque stelle, nel Pd ligure c’è chi da mesi prova a ricostruire una coalizione in grado di tenere testa all’alleanza di Toti, ma nel frattempo è arrivata l’ennesima scissione, che si chiama ‘Italia Viva‘ e che ha già fatto i suoi proseliti liguri a Roma (Raffaella Paita), in Regione (Juri Michelucci e Valter Ferrando) e a Tursi, dove Renzi ha attinto non solo dal Pd (Mauro Avvenente) ma persino dalla lista civica di Gianni Crivello (Maria José Bruccoleri e Pietro Salemi).

Oggi a Genova si presenta pubblicamente il gruppo consilare dei renziani, già costituito. Ci saranno anche la deputata Raffaella Paita e il capogruppo di IV al Senato Davide Faraone. Sarà l’occasione per capire come si ponga il neopartito nei confronti della disfatta umbra, tenendo conto che Renzi, a Perugia e dintorni, non ha manovrato. L’asse comune coi renziani non sembra però in discussione.

Al netto di tutti i movimenti dietro le quinte, il risultato umbro sembra comunque spianare la strada al secondo regno del centrodestra in via Fieschi. Sembra. Perché in effetti anche da quelle parti non tutto fila liscio.

Il primo a parlare è proprio Giovanni Toti, che ha preferito restare fuori e oggi può parlare in nome del “Ve l’avevo detto”. Il presidente su Facebook lancia un messaggio ai futuri sfidanti: “Le alleanze costruite solo sul potere, passando sopra ogni differenza pur di salvare la poltrona, non imbrogliano nessuno. Crollano sia Pd che Movimento 5 Stelle. Aspettiamo con trepidazione di confrontarci con la coalizione giallo-rossa nelle altre regioni”.

Ma poi sul voto si lamenta: “Il centrodestra stravince, con un potente urlo di orgoglio sovranista e una voce sempre più flebile dei moderati. Lega e Fratelli d’Italia, i due partiti più nuovi e con i messaggi più chiari, insieme, sfiorano la maggioranza assoluta (complimenti!). Altrove, c’è ancora molto lavoro da fare”.

La ri-candidatura del governatore nessuno la mette in dubbio, ma è chiaro che in una situazione del genere il Carroccio detterebbe legge all’interno della coalizione. Di conseguenza si sentirebbe più forte la voce di chi lo chiama ‘burattino’ dei leghisti, e Toti lo sa meglio di tutti.

Poi c’è la grande incognita Forza Italia. Se è vero che i reduci berlusconiani, ridotti ormai al lumicino (5,5% a Perugia e dintorni), non ci guadagnerebbero nulla con lo sgambetto all’ex pupillo del Cav, è comunque meglio tenere d’occhio Claudio Scajola e i suoi fedelissimi. Ricordandosi che loro, a Sanremo, hanno appoggiato il candidato (vincitore) del Pd. In ogni caso, una presenza scomoda che potrebbe sottrarre voti al bacino del governatore. E dare un vantaggio agli avversari.