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Omicidio di Jefferson Tomalà, il giudice: “Inevitabili i sei colpi sparati da Pedemonte”

Per il gup: “Non era un tso ma un intervento di ordine pubblico per evitare comportamenti aggressivi”

Genova. L’omicidio di Jefferson Tomalà è stata legittima difesa. L’agente Luca Pedemonte “ha agito per la necessità di difendere il collega da un pericolo imminente e persistente alla vita, non altrimenti evitabile, né può sostenersi che tale situazione di pericolo fosse stata determinata dai precedenti comportamenti imprudenti o imperiti dello stesso imputato e/o dei suoi colleghi”. Cosi il gip Silvia Carpanini conclude le 51 pagine con cui motiva l’assoluzione di Luca Pedemonte, il giovane poliziotto che il 10 giugno dell’anno scorso ha ucciso con sei colpi di pistola un suo coetaneo. I soccorsi erano stati chiamati dalla mamma del ragazzo perché fuori di sé cercava di ferirsi con un coltello.

Se la contestazione di omicidio colposo nei confronti di Pedemonte per la morte di Jefferson era limitata, come deve essere tecnicamente, alla sola fase finale di quel drammatico pomeriggio in un’abitazione di via Borzoli, per il giudice comunque “nulla può essere contestato ai poliziotti intervenuti, nella fase, che si protrae per parecchi minuti, tra quando giungono nella casa e cominciano ad approcciarsi a Tomalà a quando decidono che è necessario agire di forza”.

Scrive il gup come dimostrano anche dichiarazioni e testimonianze che “Tutti provano a tranquillizzare i l ragazzo, a convincerlo a mostrare ciò che ha in mano, accuratamente nascosto sotto la coperta, e a farsi aiutare. Non lo dicono solo i diretti interessati, ma lo confermano anche i l fratello Santiago, cui è stato consentito di rimanere fino quasi all’ultimo vicino a Jefferson, e i l compagno della madre, che descrive gli sforzi fatti da tutti per cercare, inutilmente, di tranquillizzare Jefferson. I Poliziotti hanno toni pacati e per parecchi minuti restano sulla soglia della camera necessariamente pronti a intervenire, ma comunque non volendo forzare il ragazzo che li vuole lontani, e nonostante abbia toni e atteggiamenti minacciosi e provocatori”.

Per il giudice tuttavia in base a quanto emerso dagli atti “la situazione è ormai in stallo e i l medico, che a sua volta non riesce ad instaurare un dialogo con Jefferson, si appresta a compilare i moduli per i l TSO, i Poliziotti si muovono per preparare l’intervento” . La situazione precipita secondo la ricostruzione della sentenza quando il medico si allontana per compilare la richiesta di Tso.: “Il ragazzo ha evidentemente la percezione che è stata decisa un’azione di forza […] Jefferson diventa ancora più aggressivo e pericoloso, essendosi alzato in piedi e non può più tergiversarsi”.

Rispetto all’utilizzo dello spray al peperoncino per Carpanini “È vero che lo spray urticante non è indicato (ma comunque non vietato) negli spazi chiusi e ristretti quale era la camera di Tomalà, ma non si vede cos’altro, se non sparargli già in quel momento, avrebbe potuto tentare Pedemonte per bloccare l’azione aggressiva del ragazzo che gli si stava scagliando contro”.

E veniamo a una delle questioni chiave che ha sollevato molti dubbi perché non aspettare che il Tso fosse posto in essere dai vigili? Anzitutto viene spiegato che a Genova “non esistono normativa o disposizioni che individuino la Polizia Locale come unica forza competente nell’attuazione del tuo, né è stata configurata all’interno del Corpo di Polizia Locale una sezione ad hoc”. Dei Tso si occupa l’autoreparto “ma solo in via sussidiaria, trattandosi di reparto che fa servizio su tutte le 24 ore e che è dotato di dispositivi di protezione e attrezzature di contenimento adatte allo scopo”.

Tuttavia l’intervento della polizia di stato era legittimo “non esistendo, da un lato, la competenza esclusiva di un reparto specializzato della Polizia Municipale per eseguire i TSO e, dall’altro, essendo necessario l’intervento delle Forze dell’ordine, anche in ausilio alla stessa Polizia Municipale, tutte le volte in cui alla necessità dell’intervento sanitario, si accompagnino anche esigenze di ordine pubblico”.

Il gip recepisce quanto ha sostenuto in aula l’avvocato Antonio Rubino, difensore di Pedemonte. In pratica non si tratta più di un tso. “I l TSO è uno strumento finalizzato unicamente alla cura dell’ammalato in particolari
situazioni e non è strumento di difesa sociale – scrive il gup – pertanto comportamenti aggressivi, violenti e/o antisociali devono essere affrontati e contenuti dalle forze dell’ordine. Anche i l paziente psichiatrico che commette un reato deve essere trattato come ogni altra persona, per quel che riguarda l’intervento preventivo e repressivo.

Infine, sui sei colpi sparati da Pedemonte che hanno colpito tutti organi vitali: “Impraticabile doveva essere l’opzione di mirare alle gambe del ragazzo, giacché a terra c’era il sovrintendente Petrella […]. La ripetizione dei colpi è stata resa necessaria dal fatto che i ragazzo è rimasto apparentemente insensibile ai primi proiettili ed ha proseguito la sua azione violenta contro Petrella per tutto il tempo in cui Pedemonte ha continuato a sparare o, comunque, è indimostrato e indimostrabile che i colpi sparati per primi siano stati di per sé sufficienti a bloccare l’azione aggressiva del giovane, ma siano anche stati tali che da soli, non ne avrebbero provocato la morte”.

Nelle 51 pagine di sentenza c’è un solo elemento da cui emerge che qualcosa non ha funzionato alla perfezioni, vale a dire la comunicazione del 118 alla polizia in cui di fatto il 118 riferisce erroneamente che Jefferson avrebbe minacciato la mamma: “Tale informazione, frutto forse di fraintendimento delle parole agitate della donna, e probabilmente non rispondente al suo pensiero, quando ha richiesto l’intervento di un’ambulanza, e a ciò che ella realmente voleva in quel momento, ha comprensibilmente determinato una situazione di serio allarme”, ma ribadisce il giudice “la presenza di un soggetto presumibilmente armato e con manifesti propositi suicidari, non poteva essere affidata alle sole cure dei militi dell’ambulanza e del medico ma richiedeva, necessariamente, anche l’ausilio delle forze dell’ordine per tutelarne l’incolumità”.