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Genova 7 ottobre 1970, l’alluvione “che ci rese tutti uguali”. Il ricordo di Ugo de Gresi

"I nostri erano occhi d'impotenza di fronte a tanta espressione di assoluto potere naturale. E questo ci univa"

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Genova. L’8 ottobre del 1970 era il day after, il giorno dopo di uno dei più grandi disastri della storia recente della nostra Genova, alle prese con i suoi torrenti che in autunno sanno diventare fiumi esondanti.

Il ricordo di quella tragica notte, quella del 7 ottobre, di quella alluvione che strappò 44 vite e portò danni incalcolabili, è stato messo per iscritto da Ugo de Gresi, che visse quelle ore in prima persona, e che, senza sosta, spalò fango per salvare il salvabile. Scena che chi è più giovane ha vissuto nel 2011 e 2014.

Uno “diario” che ha il merito di ricordare senza retorica quello “siamo capaci a fare”, e che infatti è diventato subito virale nella comunità web della città. Lo riportiamo integralmente, ringraziando l’autore per la disponibilità.

“La notte del 7 ottobre 1970 a Genova non dormì nessuno.
Il mostro liquido ruggiva trasportando nelle sue fauci, auto, tronchi enormi, casse da morto.
Il cimitero di Rivarolo sfondato dal rio Torbella vomitò in via Vezzani ossa e bare.
Nacque la leggenda della bambina morta anni prima la cui bara, andò a bussare proprio alla porta della casa materna.
Niente smartphone.
Registravi il terrore con gli occhi e ti si siedeva dentro, nel cuore.
All’alba del giorno dopo i nostri padri andarono al lavoro.
Come sempre.
Chi poteva permetterselo restò attonito a guardare il film che mai più dimenticheremo.
Erano tempi diversi.
Ho spalato il mio fango e quello del mio peggior nemico.
E lui ha fatto altrettanto.
Quella che pensavamo essere la sfiga matrice di essere nati tutti uguali, egualmente poveri, si rivela oggi come l’antidoto all’ipocrisia della falsa amicizia, del quieto vivere, del paraculismo.
Come quando nevicava.
Poche musse.
O doriano o genoano si spalava spalla a spalla.
O di destra o di sinistra si trasportava la cuffa di fango in due, perchè ha due maniglie ed ha bisogno di due mani.
Punto.
Quella mattina capimmo il senso della parola disastro.
Il fiume Polcevera rombava come solo la natura sa fare.
Con la paura.
I nostri erano occhi d’impotenza di fronte a tanta espressione di assoluto potere naturale.
E questo ci univa.
Ci facevamo piccoli di fronte alla natura.
La temevamo.
Oggi, con arroganza e spocchia, ci rifiutiamo di “sottometterci” alle regole del pianeta.
Guardiamo le catastrofi naturali attraverso la fotocamera dello smartphone e la devolviamo a Facebook, come se potessimo delegare ad un soggetto terzo la nostra sofferenza.
Godiamo della sfiga altrui.
Viviamo nella speranza di metterlo in quel posto al prossimo.
Eppure da quell’alluvione sono nati gli Angeli del Fango.
Da quella giornata di morte sono nati abbracci che durano da allora, di pace e solidarietà.
Da ciò bisognerebbe ripartire.
Dalla consapevolezza dell’esempio.
Questa estate ho pulito duecento metri di spiaggia da solo, e quando sono tornato con il primo sacco di rumenta una mamma mi ha detto che mi avrebbe anche aiutato ma non ha letto l’evento su facebook.
L’esempio.
Di questo abbiamo bisogno.
Ed a guardar bene la foto dell’alluvione del “70 non ci eravamo accorti che mentre il fiume gridava di sotto, settanta metri più in su il viadotto Polcevera era il vero -silente- pericolo.
Ugo de Cresi
Genova”