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Omicidio Tomalà, il consulente del pm: “Per fermare Jefferson bisognava immediatamente ucciderlo”

Il consulente-capitano di vascello del Comsubin: "Nessuna alternativa e nessuna possibilità di colpire organi non vitali"

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Genova. E’ fredda, priva di qualsiasi senso di compassione per la vittima e per la sua famiglia, asetticamente tecnica: usa continuamente i termini “tiratore”, “bersaglio” “aggressore” e dice in sostanza che l’agente del commissariato di Cornigliano Luca Pedemonte non poteva far altro che sparare e uccidere: “Pedemonte, nell’impellente necessità di far cessare il pericolosissimo attacco rivolto al collega Petrella, ha agito secondo l’addestramento ricevuto fino alla riduzione della minaccia”. Emilio Ratti, capitano di vascello ex Comsubin della Marina, è il consulente tecnico nominato dal sostituto procurare Walter Cotugno per ribadire la posizione della Procura, vale a dire che Jefferson Tomalà in quel frangente andava fermato e che l’agente Luca Pedemonte, uccidendolo non ha commesso un eccesso di legittima difesa.

Ratti nella sua consulenza ricostruisce i fatti e i precedenti, a cominciare dal fatto che il 20enne Jefferson Tomalà, che già in passato aveva minacciato il suicidio e che ancora la sera prima aveva dato in escandescenze tanto da richiedere un intervento dei carabinieri.
Ma Ratti nella sua consulenza risponde in particolare ai dubbi sollevati dal gip Bianca Borzone che ha chiesto l’imputazione coatta per Pedemonte. E Ratti, senza il minimo dubbio, come si richiede a un capitano degli incursori della marina d’altronde, esclude che vi fossero alternative. Sparare a parti non vitali? Praticamente impossibile nonché pericoloso. Anzitutto Pedemonte era un “tiratore con vista fortemente degradata a causa dello spray urticante, pertanto probabilmente non era in grado di mettere a fuoco gli organi di mira. Il bersaglio era in azione di combattimento tra tiratore e un soggetto amico – dice Ratti – e non si ritiene fosse possibile colpire parti non vitali perché essendo Petrella in background rispetto al tiratore sarebbe stato rischioso sparare alle gambe con il rischio di mancarlo e andare il sovrapenetrazione”.

Ancora, il superperito che oggettivamente utilizza un linguaggio da scenari di guerra ricorda come l’arma in dotazione alla polizia, vale a dire Berretta parabellum 9mm, è dotata di proiettili “incamiciati” per cui se il “bersaglio” (termine che utilizza continuamente) viene mancato “può rimbalzare praticamente intatto” e in una piccola stanza poteva addirittura colpire di rimbalzo il tiratore.

Infine per Ratti, oltre all’impossibilità oggettiva di colpire parti non vitali “considerato lo stato psicologico di Tomalà nonché la dinamica in corso si ritiene che sparare colpi in parti non vitali “non avrebbe sortito alcun effetto”, come dimostra il fatto secondo Ratti che “i primi colpi, sebbene abbiano colpito il tronco e un braccio, non hanno sortito alcuna reazione”. Freddamente il consulente “rambo” spiega come a differenza di armi e munizionamenti “espansivi”, con una 9 mm “il dolore in tali casi è praticamente irrilevante, in situazione di combattimento e di stress, normalmente non ci si accorge di essere stati colpiti anche se feriti seriamente”.

“Chiunque decida di usare un’arma da fuoco può avere una buona certezza di uccidere il soggetto se viene colpito nelle zone vitali – ricorda ancora – ma nessuna garanzia che esso termini nel breve periodo la sua azione violenta qualora la parte attinta non sia vitale”. Per il perito infine, visto che Tomalà stava accoltellando Petrella con un coltello da cucina dotato di una lama da 13 centimetri Pedemonte avrebbe dovuto sparate “un paio di colpi al tronco e poi un colpo alla testa”, perché “Jefferson andava fermato immediatamente e l’unico modo per farlo era ucciderlo immediatamente”.

Una consulenza piuttosto scioccante visto che, ricordiamo, il 20enne che sicuramente si trovava in stato alterato, non aveva precedenti per violenza verso altri. L’errore che ha portato alla tragedia, in cui una madre dopo aver chiamato un’ambulanza per un figlio che minacciava il suicidio, lo ha visto uscire dalla sua stanza nella sacca della polizia mortuaria, sta in errori o frettolosità commesse a monte quando si è deciso di far intervenire nove agenti in divisa nella micro stanza di un ragazzo con problemi psichici. Ma, come ha ricordato l’avvocato difensore di Pedemonte Antonio Rubino “nel processo non è in discussione la procedura utilizzata che comunque è stata rispettata, dal cuscino all’utilizzo dello spray, fino al tragico esito come unica scelta possibile”.

Il 26 ci sarà la sentenze che, in mancanza di una consulenza tecnica da parte degli avvocati delle parti civili, rischia di essere pesantemente segnata nonostante i famigliari di Jefferson non si diano pace e continuino a chiedere “verità e giustizia” per un ragazzo che forse andava soprattutto aiutato.