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Omicidio di Jefferson Tomalà, il giudice assolve il poliziotto: “Non c’è stato eccesso di legittima difesa”

Il 20enne nel giugno del 2018 era stato ucciso con sei colpi dall'agente Luca Pedemonte nel corso di un tso. La rabbia dei parenti: "Vergogna"

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Genova. Il gup Silvia Carpanini ha assolto l’agente di polizia Luca Pedemonte che il 10 giugno lo scorso anno sparò sei colpi contro il ventenne Jefferson Tomalà, nell’abitazione di quest’ultimo in via Borzoli, tragico epilogo di quello che doveva essere un trattamento sanitario obbligatorio per un ragazzo che in quel momento aveva probabilmente solo bisogno dell’aiuto di un medico. Pedemonte era accusato di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa. Il processo si è svolto a porte chiuse, con rito abbreviato. Pedemonte è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”.

In altre parole è stata applicata la scriminante della legittima difesa: il poliziotto per il giudice ha reagito in modo proporzionale rispetto alla gravità della situazione e non aveva alternative. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 60 giorni.

“E’ vergognoso – che un criminale sia fuori” ha urlato la mamma di Jefferson appena uscita dall’aula. Rabbia e tristezza tra i parenti in attesa fuori dalla porta del decimo piano. “Qui la polizia può fare ciò che vuole – ha detto il fratello di Jefferson – a questo punto sceglierò di fare il poliziotto”.

Il sostituto procuratore Walter Cotugno già alcuni mesi fa aveva già chiesto l’archiviazione del procedimento nei confronti del poliziotto. Il giudice aveva invece chiesto l’imputazione coatta di Pedemonte che avrebbe sì dovuto intervenire per difendere il collega che era stato accoltellato, ma avrebbe potuto sparare in zone non vitali per fermare il ragazzo.

Nella scorsa udienza il pm aveva chiesto l’assoluzione di Pedemonte dopo aver depositato una consulenza tecnica in cui un esperto del Consubin ha di fatto detto che Pedemonte non poteva fare altrimenti e non avrebbe potuto sparare in zone non vitali un po’ per le dimensioni della stanza, un po’ per il rischio che non fosse sufficiente a far terminare l’aggressione nei confronti del collega.

“In quel momento non si trattava nemmeno più di un intervento di tso ma di un problema di sicurezza e ordine pubblico” commenta Antonio Rubino, che difende il poliziotti insieme a Giulia Liberti, a margine della sentenza. Quel giorno la mamma di Jefferson aveva chiamato il 118 per chiedere che portassero il figlio in ospedale che si era chiuso in una stanza con un con il coltello. Nella trascrizione della telefonata tra il 118 e il 113 i medici del 118 dicono ai poliziotti che la madre avrebbe detto ai medici che Jefferson le aveva detto di non avvicinarsi sennò avrebbe fatto qualcosa anche a lei. Che la situazione in quella piccola stanza sia degenerata fino a un punto di non ritorno lo racconta anche il fratello di Jefferson Santiago Tomalà nella sua testimonianza alla squadra mobile. Santiago racconta che il fratello era agitato perché un poliziotto teneva “la mano sulla pistola che era nella fondina e chiedeva se lo volesse ammazzare”. Jefferson da posizione sdraiata si era seduto. Il fratello aveva provato a calmarlo senza esito. “Non sono riuscito a calmarlo Jefferson era molto nervoso” dice ancora Santiago. A un certo punto i poliziotti gli chiedono di uscire dalla stanza, dopo che il fratello si era alzato in piedi.

“A quel punto dice sono uscito dalla stanza e ho detto ai poliziotti di bloccarlo così poi sarebbe stato portato in ospedale”. Purtroppo l’esito sarà tutt’altro: ”A un certo momento ho sentito mio fratello urlare di non toccarlo, che dovevano uscire dalla stanza, poi ho sentito quattro o cinque colpi di pistola. Sono uscito dalla stanza, sono andato in corridoio, non si poteva respirare perché i poliziotti avevano spruzzato lo spray al peperoncino. Ho visto mio fratello sdraiato nel letto insanguinato e un poliziotto ferito che perdeva sangue”.

A chi contesta come ad essere sbagliato sia stato tutto l’intervento, gli avvocati della difesa (e presumibilmente anche il giudice nonostante le motivazioni saranno depositate più avanti) i vigili – probabilmente molto più preparati e attrezzati ad affrontare un intervento di questo tipo non poteva intervenire senza la firma del sindaco, mentre la situazione sarebbe di fatto stata urgente visto che il ragazzo minacciava di fatto il suicidio.