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Marco Polo, applausi calorosi per il debutto europeo al Carlo Felice fotogallery

La recensione della prima esecuzione europea dell'opera

Genova. Applausi lunghi e calorosi ieri sera alla prima del Marco Polo al Teatro Carlo Felice, proposto in anteprima europea. Si può vedere ancora stasera (ore 20) a prezzi accessibili (da 5 a 25 euro). Tanti gli “occhi a mandorla” ieri sera in sala: la comunità cinese ha risposto bene alla proposta del teatro genovese.

Non capita tutti i giorni di assistere a un’esecuzione di un’opera scritta e musicata da autori viventi (libretto di Jin Wei, musica di Enjott Schneider, tre arie composte dal giovane artista cinese Shaosheng Li) e auspichiamo che questo tipo di scelta non sia la classica mosca bianca, visto che ci siamo sentiti curiosi e propensi ad ascoltare qualcosa di nuovo, sentendoci come gli spettatori a una prima pucciniana di inizio Novecento. Senza sapere cosa ci attende, dal punto di vista musicale, è tutto più emozionante.

Premessa: l’opera è in cinese con sovratitoli in italiano e dura circa 3 ore e 15, intervallo compreso, divisa in due tranche (prologo, primo e secondo atto eseguiti in circa 1 ora e mezza, terzo atto ed epilogo di durata simile). Non spaventatevi però, la vicenda dell’esploratore veneziano contiene tutti gli ingredienti per conquistare il pubblico: intrighi, guerra tra dinastie (tutto vero) e una storia d’amore tragica (frutto dell’immaginazione del librettista), ma soprattutto una scenografia (video e scene di Luke Halls) e dei costumi (Emma Ryott) da kolossal, che raramente ormai si vedono su un palco del teatro dell’opera, visti i chiari di luna economici.

Questa volta, trattandosi di una produzione cinese (China arts and entertainment group ltd, Guangzhou Publicity Office, guangzhou Municipal Culture, Radio, Television and Tourism Bureau Cpaa Teatres, Silk Road International League of Theatres, Guangzhou Opera House), le cose sono fatte in grande, come l’attuale progetto economico “belt and road initiative”, la cosiddetta nuova via della Seta, il più grande investimento infrastrutturale del mondo.

Un plauso al Carlo Felice che ha potuto ospitarlo, unica struttura attrezzata per un progetto così grande (nei prossimi giorni lo spettacolo sarà solo in esecuzione sinfonica al Teatro del Verme di Milano), un vero peccato.

La trama

La vicenda si apre nelle cupe carceri di Palazzo San Giorgio a Genova, è qui che Marco Polo detta le sue memorie a Rustichello, memorie che abbracciano un periodo storico ampio, dal 1271 al 1295. Il giovane Marco è in viaggio con il papà Niccolò e lo zio Maffeo, sta portando una lettera del papa a Kublai Khan (condottiero mongolo esponente della dinastia Yuan). Nella tappa di Samarcanda conosce Chuan Yun e Liu Niang, della dinastia Song, che hanno propositi di assassinio. Si innamora della prima, ma è costretto a separsene, procedendo nella propria missione, verso l’acerrimo nemico della della dinastia Song.

I negoziati di pace tra le due dinastie, nonostante Marco Polo nutra una speranza di evitare il conflitto tra il popolo del Nord e del Sud, falliscono miseramente. Chuan Yun aiuta Marco Polo e il principe JingJim (figlio di Kublai Khan) a fuggire. La guerra è imminente e a prevalere è la dinastia Yuan. Il generale Wen Tianxiang dei Song (interpretato da un favoloso Yunpeng Wang, davvero efficace vocalmente e anche nel trasmettere emozioni) si lascia uccidere pur di arrendersi. In una Hangzhou ormai conquistata dai Yuan, Marco e Chuan Yun si incontrano per l’ultima volta: la donna, pur di non eseguire l’ordine di ucciderlo, preferisce togliersi la vita.

Il lungo flashback termina nell’epilogo, con Marco Polo che tiene in mano l’opera che racchiude i suoi racconti in attesa di uscire dal carcere, liberato grazie a uno scambio di prigionieri.

Un’esplosione di suoni e colori

L’opera è una gioia per gli occhi. Si passa dai costumi colorati delle danzatrici di Samarcanda (sul palco, applauditissimi, anche i ragazzi della classe coreutica del Liceo Statale Piero Gobetti) alle splendide armature dell’esercito di Song, caratterizzato dai colori rosso e nero, a differenza dell’oro che rende riconoscibili le truppe di Yuan (menzione speciale per il basso Haojiang Tian nei panni di Kublai Khan, che ha proprio le physique du rôle da imperatore, aiutato da costume e acconciatura).

Lo schermo, diviso in sezioni, che viene utilizzato sul velatino, è il valore aggiunto dell’opera. Nel racconto solo musicale della battaglia navale di Yamen (con cui terminò la guerra tra Song e Yuan), è davvero efficace, con il rosso delle fiamme dello scontro che si trasforma nel rosso del sangue versato.

La musica è contemporanea, ma strizza l’occhio a quelle melodie che anche un Occidentale associa all’Estremo Oriente. Vi consigliamo di dare uno sguardo all’orchestra prima dell’inizio dell’opera e nell’intervallo, per vedere quali sono gli strumenti utilizzati. Particolarmente “colonna sonora”, molto hitchcockiana nella prima parte, efficace ed emozionante nelle fasi in cui l’esercito di Song si carica prima della battaglia. Applaudite anche la direzione di Muhai Tang e la regia di Jingfu Shi.

Due menzioni

Un plauso a Giuseppe Talamo, che si è misurato, pur molto giovane, con un ostacolo notevole: cantare in cinese non è per nulla facile. Forse per questo lo abbiamo visto un po’ “ingessato” in alcune parti dell’opera, probabilmente perché più concentrato nell’esecuzione vocale. Splendide le due interpreti femminili: solida Ying Liu nei panni di Liu Nang, davvero splendida Xiaotong Cao in quelli di Chuan Yun, molto espressiva e autrice di vocalizzi rilevanti.