Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Falsi report su viadotti, gli indagati: “L’importante è che le carte siano a posto”. Un arrestato usava il ‘jammer’ per evitare le intercettazioni

Focus sui viadotti Pecetti (A26) e Paolillo in Puglia. I testimoni venivano "preparati" e invitati a non collaborare

Più informazioni su

Genova. E’ incentrato sui falsi report intorno al ponte Paolillo sulla A16 e il ponte Pecetti sulla A26 il filone di indagini che ha portato questa mattina all’arresto (con la misura cautelare dei domiciliari) di Massimiliano Giacobbi (Dirigente della Divisione Esercizio e Nuove Attività di Spea ), Gianni Marrone (direttore VIII tronco di Autostrade già condannato a 5 anni e mezzo per il pullman di Avellino) e Lucio Torricelli Ferretti (Dirigente della responsabile Esercizio e Nuove Attività di Spea) e alla misura interdittiva per altre sei persone tra funzionari di Spea e un consulente esterno.

Un lavoro di indagine partito dopo il crollo di ponte Morandi, che ha portato gli investigatori del primo gruppo della guardia di finanza di Genova, coordinati dai sostituti procuratori Massimo Terrile e Walter Cotugno, a scoprire un sistema di pressioni e manipolazioni che il gip Angela Nutini definisce “gravemente minatorie in ultima analisi della sicurezza degli utenti della strada”.

Riguardo al ponte Pecetti, a Mele sulla A26, i falsi contestati riguardano la modifica di una relazione sul ponte Pecetti per nascondere la rottura di un cavo da 12 trefoli che avrebbe portato a limitazioni al traffico, mentre rispetto al ponte sul rio Paolillo quello che gli indagati nascondono agli ispettori del Mit è la mancanza di conformità tra il progetto e l’esecuzione dei lavori.

La consapevolezza di quanto stavano facendo trapela non solo da espliciti riferimenti che i militari delle fiamme gialle hanno riportato nelle loro relazioni ma anche da alcune interessanti scoperte investigative. Un esempio? Ferretti, che secondo il gip nonostante il proprio ruolo apicale ha concorso a tenere all’oscuro il Ministero (dei Trasporti) del reale stato del viadotto Pecetti, ha utilizzato “il dispositivo di disturbo delle intercettazioni, il jammer”, come scoperto dai finanzieri.

Non solo, in una telefonata del 4 dicembre 2018 col suo sottoposto Andrea Indovino, quest’ultimo riferisce al suo superiore che la perdita di precompressione del ponte Pecetti potrebbe essere una perdita doppia, al che Ferretti risponde “L’importante è che sulle carte che abbiamo siamo a posto”. Ancora, con il riferimento all’audizione di una persona sentita nell’ambito dell’inchiesta, si recrimina di non esserlo riuscito a preparare sufficientemente “Eh l’ho saputo il giorno prima dalla Valentina: chiamano Ascenzi. Il problema è che dovremmo capire chi chiamano. E si prepara“. Preparano anche i testimoni a quel che devono dire. 

Secondo il giudice Marrone “agisce metodicamente per ostacolare l’attività di controllo da parte degli ispettori ministeriali ed evitare così imposizioni dettate da ragioni di sicurezza”. Già condannato a gennaio a 5 anni per reati legati ad omissioni e vigilanza in relazione al viadotto Acqualonga “ha perseverato durante il dibattimento nelle proprie condotte”; per il gip Marrone non solo cerca in ogni modo di ingannare gli ispettori ma per lui “è fisiologico non collaborare con gli inquirenti non consegnando la documentazione richiesta”.

Su Andrea Indovino (funzionario di Spea, interdetto dagli incarichi per un anno come Maurizio Ceneri, Luigi Vastola; Gaetano Di Mundo; Francesco D’antona e Angelo Salcuni) il giudice rileva come sia “ben conscio della rilevanza penale della falsificazione degli atti” e cita una conversazione intercettata avuta con Giacobbi dove, parlando dello stato del ponte Paolillo, afferma: “Ma se esce il problema poi diventa non più colposo ma doloso, e a quel punto lì?”. Per il gip Indovino “propende per raggiungere gli obiettivi esulanti da quelli fisiologici di garantire la sicurezza dei trasporti, mediante laboriose attività di taglia e cuci finalizzate al superamento sulla carte dei vincoli che deriverebbero dallo stato di fatto degli accertamenti”.

Non migliore la valutazione sul comportamento di Maurizio Ceneri che mostra “disinvoltura nel modificare gli atti” e “risulta aver concordato preventivamente con Giacobbi la versione da rendere agli inquirenti e i documenti da consegnare”.

Le indagini erano partite un anno fa come conseguenza delle prime testimonianze dopo il tragico crollo del ponte Morandi e riguardavano altri 5 viadotti (tra cui Pecetti e Paolillo). Alcuni tecnici collaudatori di Spea in particolare avevano raccontato agli inquirenti che i report “talvolta erano stati cambiati dopo le riunioni con il supervisore Maurizio Ceneri (ingegnere di Spea, indagato nella inchiesta principale sul crollo del Morandi e in questa seconda indagine) mentre in altri casi era stato Ceneri stesso a modificarli senza consultarsi con gli altri”. Tra gli indagati nell’inchiesta madre anche Michele Donferri (Responsabile nazionale per la manutenzione di Aspi) che non entra in questa inchiesta se non quando il gip ricorda come Donferri nell’ambito del processo di Avellino suggerisce a Berti (che viene condannato fra gli altri per quel fatto) di tenere una certa condotta “perché è più proficua rispetto a collaborare”. Per il giudice infatti per alcuni indagati “esiste il concreto e attuale pericolo che l’allontanamento dal ruolo ricoperto non li distolga dal continuare a prestarsi a inquinare le indagini, potendo confidare in un tornaconto, anche di tipo economico, come ventilato da Donferri a Berti in relazione ad un’acquisizione documenti sul ponte di Avellino”

Per il giudice, se rispetto ad alcuni indagati può ritenersi che le misure interdittive siano “sufficienti a scongiurare ulteriori attività di inquinamento probatorio”, vi sono altri indagati che hanno dimostrato “un’assoluta spregiudicatezza nel porre in essere svariate attività volte a contrastare le indagini avviate dalla procura in relazione ai gravissimi fatti del 14 agosto 2018. Per tali indagati non possono ritenersi adeguate le misure interdittive, poiché esse non consentirebbero di prevenire l’ulteriore attività di inquinamento probatorio, anche in relazione della distorta logica aziendale”.