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Quando passavi sotto il ponte dicendo “Vado a Genova”: un anno dopo la tragedia il lungo addio al Morandi

C'è un prima e un dopo il ponte di Brooklyn, c'è un ricordo indelebile che nessuna passerella potrà offuscare e c'è il bisogno di andare avanti

Genova. E’ un senso di vuoto e di assenza quello che prende lo stomaco di chi da Certosa guarda verso via Fillak. La gigantesca “A” del ponte di Brooklyn, come lo chiamavano gli abitanti della Valpolcevera, è un cumulo di macerie dopo l’esplosione dello scorso giugno. E a un anno dalla tragedia del ponte non resta più nulla se non quei detriti. E’ un grande vuoto, non solo fisico, quello che prova chi solleva lo sguardo, una skyline drammaticamente mutata dopo che per oltre 50 anni chi passava sotto il ponte diceva semplicemente “Vado a Genova” e chi ci passava sopra percorrendo la A10 pensava: “Siamo arrivati”.

La fine della demolizione del ponte in coincidenza con l’anniversario del crollo non è un caso: è la scelta fortissimamente voluta dal commissario Bucci che mette un punto fermo tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Ciò che è stato è qualcosa di abnorme, che nessun genovese (e non solo) dimenticherà mai, come dimostrano le centinaia e centinaia di messaggi e racconti che ci sono arrivati in poche ore da tutta Italia quando come Genova24 abbiamo chiesto ai lettori: “Dov’eri il 14 agosto?”. Nessuno potrà mai dimenticare, ovunque fosse e qualunque cosa stesse facendo, il momento esatto in cui ha saputo che il ponte era crollato.

Dall’incredulità iniziale all’ansia di sapere se parenti e amici fossero al sicuro, dalle lacrime davanti a quello scenario di guerra, al dolore per i 43 morti, dall’angoscia di chi ha dovuto lasciare in fretta e furia e per sempre la propria casa, all’apprensione di chi intorno a quelle macerie ha continuato a vivere e lavorare.

E’ stato un anno difficilissimo per la città, un anno in cui i genovesi hanno fatto i conti con disagi pesantissimi, soffocati dal traffico costante di una città spezzata in due, ma che ha saputo tirare avanti senza nemmeno tutto quel ‘mugugno’ a cui avrebbe avuto per una volta diritto.

Ma imbottigliati nel caos tra ponente e levante, tra la Valpolcevera e il centro, i genovesi non hanno mai smesso di sollevare la sguardo in alto, verso quei monconi di un ponte strappato che si è portato via 43 persone.

Generica

La demolizione di giugno per qualcuno, in primis proprio per i parenti della vittime, è stato un momento liberatorio perché quel mostro incolpevole, che si è portato via fratelli, sorelle, figli, finalmente non c’è più. Per tutti gli altri è soprattutto la fine di un’epoca. C’è un prima e un dopo il Morandi.

Da oggi si cambia. Domani sarà ancora il momento del ricordo e del dolore, che nessuna passerella istituzionale potrà offuscare perché ognuno di noi sentirà il bisogno di riflettere, di piangere, di ricordare, al di là dei ministri e delle cerimonie istituzionali. Non solo i parenti delle vittime, ma anche ciascuno di noi. Poi operai e ingegneri torneranno al lavoro per costruire ciò che sarà, e per farlo – speriamo – bene e in fretta.

Ci sarà anche il tempo anche della giustizia per quei morti e per quello che è accaduto, i genovesi si aspettano anche questo: chi non ha fatto manutenzione (che lo stesso progettista del ponte riteneva imprescindibile) trasformando un gioiello di ingegneria in un vecchio malato e abbandonato a se stesso, chi non ha controllato, chi in questi mesi invece che un rispettoso silenzio ha scelto l’arroganza. Pagheranno, si spera, tutti quanti.

Ci vorrà tempo per scrivere la storia giudiziaria della tragedia del ponte, ma forse a partire da domani – dopo che la città si sarà fermata nel ricordo, dopo le campane delle chiese e le sirene in porto – noi genovesi che dal centro dobbiamo spostarci verso ponente smetteremo di avere quell’attimo di stupida amnesia in cui con l’auto siamo a un passo dall’imboccare il casello di Genova Ovest. Forse riusciremo chissà a mettere un punto e capo verso il futuro di questa città anche se dove eravamo e cosa facevamo quando è crollato il ponte no, non ce lo dimenticheremo.