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Acciaio

Immunità penale e ambiente: l’incontro al Mise tra Arcelor Mittal e commissari ex Ilva fa tremare anche Cornigliano

La proroga della norma che permette di far funzionare gli stabilimenti a Taranto di fatto è già scaduta e le ripercussioni potrebbero arrivare anche a Genova

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Genova. L’appuntamento ufficiale è per discutere dello sviluppo del piano ambientale ma non si esclude anzi è molto probabile che i vertici di Arcelor Mittal, nel corso dell’incontro, previsto per domani al ministero dello Sviluppo Economico con i commissari di Ilva, sarà affrontato anche il nodo del l’immunità penale durante la realizzazione del piano ambientale, che era stata cancellata dal “decreto  crescita” e che, se non ci sarà l’avvallo del consiglio dei ministri, scadrà il 6 settembre.

Si tratta di una delle questioni più spinose (l’altra è la richiesta da parte della magistratura del sequestro entro 1 ottobre, dell’altoforno 2) per il destino dell’azienda, ma anche per il futuro della siderurgia italiana. In assenza di questa misura infatti, Mittal aveva prospettato un suo disimpegno dallo stabilimento di Taranto, con tutte le ripercussioni del caso.

“Ad oggi non sappiamo ancora che cosa succederà il 6 settembre – spiega il Segretario di Fiom Cgil, Bruno Manganaro – anche perché l’accordo sulle tutele legali si era trovato e l’azienda lo avrebbe accettato come possibile mediazione. Il testo, però, è fermo perché si tratta di un decreto “salvo intese” che non può essere pubblicato sulla gazzetta ufficiale e, per farlo andare avanti, servirebbe un consiglio dei ministri”.

“Il problema lo ha creato il governo – ricorda Antonio Apa, Segretario della Uilm – e il decreto deve essere firmato, o da un nuovo governo o da quello che sarà in carica per gli affari correnti, perché siamo  di fronte a un’emergenza. Parliamo di ventimila addetti della siderurgia a rischio, che diventano 50 mila con l’indotto. E poi, come sistema paese, rischiamo di diventare preda dei mercati visto che dovremmo comprare acciaio altrove quando abbiamo stabilimenti che li possono produrre”.

Il rischio, quindi, è concreto anche perché se il governo non firma il decreto l’azienda potrebbe, come aveva minacciato, fermare Taranto. Una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni anche sullo stabilimento di Cornigliano che, con una produzione attuale, attorno alle 600 mila tonnellate, è molto vicine all’obiettivo delle 800 mila dello scorso anno. “Lo stabilimento genovese potrebbe anche essere alimentato dall’acciaio prodotto in Francia e Spagna – ricorda Manganaro – ma questa è una scelta non automatica anche perché Mittal  potrebbe anche decidere di abbandonare l’avventura dell’acciaio nel nostro  paese”.

Preoccupazioni condivise dal segretario di Fim Cisl, Alessandro Vella che ricorda che, in questa crisi di governo, nessuno ha messo i temi del lavoro tra i punti programmatici. “Ci sono pratiche operative in corso – sottolinea Vella – e non si possono cambiare le regole del gioco. Noi siamo preoccupatissimi perché se non fanno un consiglio dei ministri Arcelor Mittal potrebbe ripensare al suo progetto.  Il governo che nascerà deve, però, ripartire dai temi del lavoro che oggi non sembrano essere più una priorità”.

I sindacati, quindi, sono pronti anche a mobilitarsi per difendere i posti di lavoro, un migliaio le persone impiegate a Genova oltre a circa 300 in attesa di essere reintegrate dall’azienda. “Noi restiamo in attesa e vediamo che cosa succede – conclude Manganaro – ma resta sempre il criterio che deve essere garantita tutta l’occupazione e il livello di reddito. Per noi vale ancora l’accordo di programma e siamo pronti, se necessario, a difendere il lavoro”.

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