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La perizia

Crollo ponte Morandi, i periti: “Corrosione, difetti di costruzione e nessuna manutenzione per fermare il degrado”

La relazione sullo stato delle parti del ponte crollate e non crollate è stata consegnata oggi alle parti

Le immagini dei detriti di ponte Morandi repertate dai consulenti

Genova. La struttura del ponte Morandi aveva alcuni difetti esecutivi rispetto a quanto richiesto dal progetto e negli anni ha subito danni dovuti all’invecchiamento, all’esposizione all’umidità e non solo, in una situazione però di quasi totale mancanza di manutenzione, fino alla tragedia del 14 agosto. Si potrebbe riassumere così, pur con mille semplificazioni, la relazione dei periti Giampaolo Rosati, Massimo Losa e Renzo Valentini che hanno depositato oggi le risposte al secondo quesito del primo incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta sul crollo del ponte. Il loro compito era quello di descrivere lo stato di conservazione e le attività di manutenzione sulle parti del ponte crollate e anche su quelle non crollate e la cui demolizione si è quasi conclusa.

Di tutti i reperti analizzati quelli più importanti, come è ovvio, sono i “pezzi” del cosiddetto “sistema bilanciato 9” che teneva su la pila crollata: cassoni, tiranti, antenne e sistemi di ancoraggio dei tiranti sulle sommità delle antenne (che sono quelle che formavano la gigantesca “A”). Nel sistema bilanciato il reperto considerato più importante è senza dubbio il reperto numero 132 che costituisce la sommità dell’antenna lato sud, quella che si stacca la mattina del 14 agosto. Su tutte queste parti, dopo essere state ‘vivisezionate’ sono state in questi mesi compiute analisi chimico fisiche di ogni tipo.

I trefoli (cioè le funi metalliche costituite da fili da cui sono composti i tiranti) erano profondamente corrosi, dicono i periti. Per quanto riguarda i gruppi primari (che sono i fili dei tiranti più Interni degli stralli, quelli che portavano i carichi) il 68% dei fili aveva una riduzione di sezione tra il 50% e il 100% per la corrosione. I gruppi secondari (che servivano a “serrare” il calcestruzzo intorno ai principali per proteggerli) ben l’85% dei fili presenta fenomeni corrosivi importanti.

Circa le cause della corrosione i periti spiegano che “in linea generale la corrosione dei trefoli è del tutto compatibile con un fenomeno corrosivo di tipo generalizzato di lungo periodo innescato da presenza di elevato tenore di umidità/acqua con contemporanea presenza di elementi aggressivi come solfuri o composti derivanti dallo zolfo, e soprattutto cloruri”. Non va dimenticato che il ponte Morandi convisse per 20 anni con la cokeria dell’Italsider e lo zolfo è uno degli elementi di scarto della lavorazione del coke.

Ovviamente, così come per la presenza di umidità che deriva dal mare, la presenza della cokeria avrebbe dovuto portare a una maggiore attenzione al monitoraggio e alla manutenzione dell’acciao, ma i periti si guardano bene – non è il loro compito almeno in questa fase – dal fare valutazioni di merito. Il loro compito è osservare e analizzare e ciò che dicono consente anche ai profani di farsi un’idea delle condizioni del viadotto prima del crollo. Anche perché nelle 70 pagine della perizia, e nelle singole schede tecniche riferite ai reperti, una delle frasi più ricorrenti quando si parla della “manutenzione” della parti crollate è “non si evidenziano interventi atti a interrompere fenomeni di degrado”.

Laddove gli interventi sono stati fatti invece, la differenza si nota, ma spiegano i periti ma gli uniti interventi di manutenzione degni di nota e che i periti considerano “efficaci” risalgono a 25 anni fa.

Oltre alla manutenzione pari quasi a zero, però i periti fanno notare che il ponte Morandi avesse diversi difetti esecutivi. Tra questi le guaine (che dovrebbero protegge e contenere i trefoli) non iniettate o solo parzialmente iniettate. Lo spiegano per esempio parlando dei dadi di ancoraggio delle antenne dove osservano “ossidazione e corrosione con riduzione delle sezioni resistenti nelle varie tipologie di armature (lente, fili e tiranti). Si osservano anche guaine non iniettate o parzialmente iniettate con tratti di trefoli che possono essere estratti manualmente”.

E veniamo ai tiranti. Circa lo stato di conservazione i periti spiegano che “i cavi secondari, in corrispondenza delle guaine non iniettate. sono spesso liberi di scorrere: alcuni trefoli non sono stati ritrovati all’interno delle guaine. In generale i cavi secondari nelle guaine non iniettate presentano fenomeni di ossidazione e, in alcuni casi, con riduzione di sezione, i quali hanno effetti diretti sulla sicurezza strutturale”.

Per quanto riguarda la manutenzione, quello dei periti è un macabro ritornello: “Non si riscontrano interventi diretti recenti ad arrestare fenomeni di degrado in corso e i difetti strutturali”.

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