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“Teatri dell’esistenza. Dal palco all’integrazione sociale”, quando il palcoscenico “cura”. Cavo: “Una ‘via’ da sostenere”

Il convegno organizzato dal Teatro dell'Ortica per raccontare i progetto riabilitativi dei laboratori artistici finanziati a Regione Liguria

Genova. Si è tenuto presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova, in Corso Andrea Podestà 2, l’incontro pubblico di restituzione del progetto “Teatri dell’esistenza. Dal palco all’integrazione sociale”, finanziato dal “Programma Operativo FSE Liguria 2014 – 2020, Asse 2 – Inclusione sociale e lotta alla povertà, priorità d’investimento 9I, obiettivo specifico 9.2 Abilità al plurale”.

Durante l’incontro sono stati raccontati dai protagonisti i laboratori teatrali che hanno costituito la parte fattiva del progetto e che hanno accolto pazienti psichiatrici, donne vittime di violenza e popolazione detenuta femminile. Dal racconto si è passati anche ad analizzare i risultati di questi percorsi: il primo è senza dubbio quello della tenuta, cioè il mantenimento del numero di partecipanti durante il percorso, che ha caratterizzato tutti i gruppi del progetto.

“Grazie a questi laboratori e al teatro sociale che avete portato avanti, che trasforma la cultura in inclusione sociale – ha commentato l’assessore alla cultura e alle politiche sociale di Regione Liguria Ilaria Cavo, intervenuta durante i lavori del convegno – avete trasformato un disagio in una opportunità o comunque in una presa di coscienza di sé. Credo che la strada che abbiamo intrapreso insieme sia una buona strada, e continuerò a sostenerla”

Tutti i laboratori hanno avuto una loro declinazione legata alle esperienze degli stessi partecipanti, cosa che li ha resi unici e “irripetibili” nei contenuti, ma replicabili nelle modalità di approccio, incentrato su un utilizzo del linguaggio teatrale agganciato all’intervento di riabilitazione, per dar vita ad un teatro “di cura” che aiuta l’individuo ad aprirsi, o riaprirsi, al mondo e alla società.

Il gruppo dei pazienti psichiatrici è stato impegnato in due laboratori, il cui esito finale è stato lo spettacolo “Sintomatologia dell’esistenza. Un DSM per medici e poeti” portato in scena al Teatro della Tosse lo scorso marzo di fronte ad un pubblico di quasi 1.300 persone. Questo spettacolo continuerà ad essere portato in tournée sia a Genova che fuori Genova.

Tante le storie incontrate durante il percorso: per molte delle persone che hanno preso parte al laboratorio, questo ha rappresentato l’aprirsi di una finestra, di una possibilità, della scoperta del proprio corpo che comunica e si muove “verso l’altro”. Lo sguardo, la stretta di mano, l’abbraccio, il racconto di sé condiviso sia nel dolore sia nel desiderio di uscirne, l’improvvisazione, le prove, la stanchezza e le scadenze: si sono rotti degli schemi che ognuno aveva fissato, per condividere con altre persone le “esigenze” di un progetto teatrale. In molti non hanno praticamente saltato una sola prova, acquisendo, ognuno in base alle sue possibilità, competenze alte nel muoversi sul palco, nel gestire la propria voce, nel concedersi all’improvvisazione. “Voglio continuare a fare questa esperienza – è la testimonianza di un partecipante a conclusione del laboratorio, che ben sintetizza quello che è rimasto del lavoro fatto – perché finalmente è come se avessi trovato il canale giusto per esprimere parole che non pensavo di avere”.

Il gruppo delle donne ha preso parte a diversi eventi riguardanti il tema della violenza sulle donne quali l’inaugurazione delle panchine rosse dello scorso novembre ed i convegni tenutisi al Palazzo della Meridiana e alla Facoltà di Giurisprudenza.

“Il laboratorio teatrale è stato ossigeno – scrivono le donne che hanno preso parte a questo percorso – vitale, spazio di riconquista. Occupandoci del corpo, sono stati curati i lividi dell’anima. Troppe volte sono state zittite le parole di salvezza che il corpo mandava. Ma queste sono riemerse muovendo i piedi, le mani, la schiena, il volto. La voce, che non riconoscevamo più e poi è saltata fuori, come un urlo”.
Il progetto di laboratorio con le donne detenute si è inserito nell’ambito delle attività del trattamento, favorendo processi di rieducazione. Lo spettacolo teatrale che si è tenuto presso il Teatro dell’Archivolto a maggio del 2018, a metà del percorso progettuale, ha visto la partecipazione di un pubblico di oltre 1.100 persone. È stato frutto di un lavoro di rete con l’esterno: si sono messi in contatto il carcere, la scuola secondaria di primo grado Don Milani di Genova, la scuola primaria Anna Frank di Serra Riccò e la cittadinanza attiva formata anche dai genitori ed insegnanti degli stessi ragazzi. Lo spettacolo è stata un’occasione per connettere il mondo del dentro con quello del fuori, creando punti di riferimento per la popolazione detenuta e per fare un lavoro di formazione alla legalità e alla lotta allo stigma con i ragazzi.

“Il laboratorio ci ha permesso di entrare in contatto con le nostre emozioni, imparandole, gestendole, perché forse è proprio questo che ci ha fregato in passato, la nostra fragilità, la nostra debolezza, la nostra incapacità di gestirci, di provare a capire chi siamo”. Grazie a questo impegno per alcune di queste donne si sono aperti una serie di permessi in esterno. Le prime volte si faticava: camminare per strada, i rumori del traffico, entrare in un negozio e non sapere quanto costa il biglietto del bus o stupirsi dell’infinità di marche di caramelle, per non parlare dello sguardo delle persone. “Ecco, vedi, avere fatto teatro serve di più qui che sul palco – raccontano – orientarci nello spazio, indirizzare lo sguardo, rivolgersi alle persone con il tono giusto di voce, ascoltare anche quello che sta accadendo in noi mentre si sta vivendo questo momento. Forse si chiama gioia”.