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Ancora incognite sul futuro delle macerie di ponte Morandi, la riapertura di via Fillak (o via Porro) si allontana

Si attende sempre il via libera del ministero dell'Ambiente oltre che quello della procura, che sta analizzando alcuni dei detriti

Genova. Al Campasso le ruspe sono tornate a lavorare sulle macerie del moncone est di ponte Morandi, abbattuto il 28 giugno scorso, ma a oltre dieci giorni dall’esplosione non ci sono ancora indicazioni precise su quando quelle macerie potranno essere rimosse o sistemate definitivamente, né su quando sarà possibile la riapertura della strada – via Fillak o in alternativa il bypass su via Porro – tra la Valpolcevera e il centro città (il sindaco Marco Bucci sperava di poterlo fare entro la terza settimana dopo la demolizione, ma al momento sembra una quantomeno scadenza ottimistica).

Il problema non è solo logistico. Alcune indiscrezioni parlano di almeno ancora un mese di tempo necessario ai periti della procura di Genova, che indaga sul crollo del 14 agosto scorso, per analizzare i pezzi di moncone caduti in funzione dell’inchiesta.

Il Movimento 5 Stelle e la Lista Crivello hanno presentato un’interrogazione in consiglio comunale sulla questione detriti, alla quale ha risposto sia per iscritto, sia in aula l’assessore all’Ambiente Matteo Campora. Come noto, il commissario straordinario Marco Bucci (e non solo lui) vorrebbe riutilizzare le macerie per alcune grandi opere, ma essendo presente – in alcune parti e anche se in minima quantità – amianto, c’è in ballo una discussione ancora aperta tra Asl, Arpal e Ispra, l’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, che è un braccio operativo del ministero dell’Ambiente.

Generica

Dopo una riunione informale e tecnica, non si è più saputo nulla e non ci sono altri incontri all’orizzonte. L’impressione, in base ad alcune fonti, è che alla fine arriverà il tanto anelato via libera e che – come ha spiegato Bucci più volte – una parte delle macerie sarà sfruttata e una parte, con amianto in quantità più cospicue, sarà mandata a smaltimento. Ma sarà un via libera, diciamo, “faticoso”. Anche per ragioni squisitamente politiche.

Cosa succederà dopo? I detriti del viadotto saranno sottoposti a una prima riduzione di volume, separando la frazione metallica, e a una successiva fase di triturazione e frantumazione in un apposito impianto autorizzato, a secondo di quello che sarà il progetto di riutilizzo.

Al momento le principali soluzioni al vaglio sono la riprofilatura dell’area sotto al futuro viadotto sul lato di ponente, sulla destra del torrente Polcevera, per la realizzazione di un parco con verde urbano – le macerie andrebbero a formare un ripianamento di circa 60 centimetri da ricoprirsi con altri 40 di terra per vegetazione – e per cui servirebbero circa 10 mila metri cubi di materiale inerte.

Altra alternativa potrebbe essere utilizzare le macerie per ricavare inerte per calcestruzzo (circa 8000 metri cubi) destinato alla realizzazione di una grossa soletta di copertura della cosiddetta area Sot, alla Foce del torrente Polcevera. Anche il progetto Gronda, se decollasse, potrebbe usufruire del materiale ex Morandi.

Oppure, e su queste altre due ipotesi il via libera del ministero dell’Ambiente potrebbe essere meno probabile, per riempimenti di opere di difesa a mare, proprio alla foce del Polcevera o per le opere di riempimento nell’ambito del progetto di ribaltamento a mare di Fincantieri. Via libera meno probabile perché la normativa in materia, per quanto riguarda il riutilizzo di materiale amiantifero in mare, è molto più restrittiva rispetto al riutilizzo a terra.

Al Campasso, in questi giorni, quelle macerie non consegnate ai periti della procura vengono intanto spostate e demolite parzialmente per fare spazio, almeno, a quelle che saranno le lavorazioni per il nuovo ponte. Al momento, infatti, si sta lavorando – tra levante e ponente – alle fondazioni di 8 piloni sui 18 che costituiranno il futuro ponte Per Genova.