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Mare, temperature e biodiversità: ecco i cambiamenti climatici in atto nell’analisi di Arpal

Dalla climatologia, all'ambiente marino, passando per altri indicatori sul clima e i suoi effetti

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Liguria. Clima, temperature, mare e biodiversità: cosa dobbiamo aspettarci nel futuro e soprattutto come sarà questa estate 2019? Domande che abbiamo rivolto agli esperti e tecnici di Arpal, con un focus sui cambiamenti climatici in atto che viviamo quotidianamente, con conseguenze e ripercussioni a vari livelli: è opportuno riflettere e capire tutti gli indicatori.

Iniziamo dalla Climatologia, con l’analisi realizzata da Luca Rusca e Luca Onorato, climatologi Centro Meteo Arpal: “A causa del maggio più freddo che ha interessato il Mediterraneo centrale e l’Italia la temperatura del mare di inizio giugno è risultata di circa 20°C, con un’anomalia negativa di circa – 2 °C rispetto alla media climatologica. Con l’avvio dell’estate meteorologica la prima parte di giugno è condizionata da una rimonta anticiclonica caratterizzata da apporti di aria sub tropicale nord africana che sono evidenti dalla rianalisi della pressione geopotenziale del NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration – (si evidenzia il dominio anticiclonico che ostacola l’avanzata della depressione sul Nord-Ovest Europa, che ha comportato una serie di richiami caldi dal nord Africa verso la Scandinavia): infatti si osservano richiami caldo umidi di origine sub tropicale lungo i meridiani, legati a una rimonta anticiclonica ben estesa dal Mediterraneo centrale verso il nord-Est Europa”.

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“Nel corso del 2019 con l’inizio dell’estate meteorologica dal 1 giugno si è osservato un incremento termico significativo sul genovese e savonese che dall’inizio dell’anno a oggi ha comportato il 10 e 14 giugno record caratterizzati da temeperature massime tra 31°C e 32.5°C. Analizzando le temperature massime del giugno 2019 su un periodo che va dal 2013 al 2019 si osserva come sul genovese i valori si collochino rispettivamente al 5°posto a Genova e oltre a Savona. I massimi di giugno evidenziano come il giugno 2019 (inizio dell’estate meteorologica) attualmente sia caratterizzato da record caldi che si collocano dopo il 2014, 2015 e 2017, presentando un’anomalia termica positiva di circa + 8°C (rispetto alla climatologia del periodo 1981-2010)” aggiungono i climatologi Arpal.

“L’analisi pluviometrica è caratterizzata da un’anomalia negativa con scarse precipitazioni (sotto l’atteso) sulla Liguria con valori di pioggia che nelle ultime due settimane di questo mese non hanno mai superato i 10 mm (giornalieri) in nessuna delle 4 Province (quantitativi scarsi), mostrando dopo un maggio abbastanza piovoso, una drastica riduzione delle precipitazione con l’inizio della stagione calda

“Ma questa tendenza verso la siccità può essere estrapolata anche dall’anomalia della precipitazione giornaliera, che mostra valori negativi tra -1 mm e -3 mm sulla Liguria (più elevati sul Levante ligure e la vicina Toscana dove spiccano cromatismi verdi)” concludono.

Ora veniamo alla parte riguardante il nostro Mar Ligure: Arpal svolge controlli sui 376 tratti di costa ligure in cui è consentita la balneazione almeno una volta al mese: svolge le analisi da aprile a settembre, alla ricerca di escherichia coli ed enterococchi, microbi che vivono nella pancia delle persone e determinano la conformità alla normativa vigente. A giugno è iniziato anche il monitoraggio dell’alga Ostreopsis ovata, al momento sporadicamente presente con pochissimi esemplari.

Ma non solo: la sua attività consente una analisi scientifica sull’ambiente marino. “E’ cambiata la composizione di fitoplancton nel corso degli anni, sia in termini di abbondanza sia di gruppi di specie presenti. Il fitoplancton è facilmente soggetto a variazioni dipendenti da diverse variabili ambientali (es. temperatura, pH, nutrienti, sostanze inquinanti, microplastiche che fungono da “vettori”) e, essendo la base delle catene trofiche, è un importante indicatore della salute dei nostri mari, anche nell’ottica dei cambiamenti climatici in atto” afferma Valentina Giussani – tecnico Arpal del Centro del mare.

“Con l’aumentare della temperatura degli oceani (es. tropicalizzazione del Mediterraneo), potrebbero arrivare specie non indigene o proliferare specie considerate finora rare, capaci a volte di alterare l’equilibrio di un habitat” conclude.

Ora passiamo all’analisi sulle biodiversità in relazione ai cambiamenti climatici: si stanno consolidando, infatti, trasformazioni nel mar Mediterraneo, sia in termini di specie presenti, sia di funzionalità degli ecosistemi.

“Gli effetti direttamente percepibili si vedono soprattutto nel mare, dove la tropicalizzazione in corso ha generato un surriscaldamento delle acque, con la comparsa nel Mar Ligure di specie alloctone, la cui presenza alle nostre latitudini fino a qualche anno fa era impensabile – sottolinea Daniela Caracciolo, tecnico Arpal ufficio biodiversità -. Secondo lo studio “Climate change and interconnected risks to sustainable development in the Mediterranean”, pubblicato su Nature Climate Change nell’ottobre del 2018, le temperature medie annuali nel bacino del Mediterraneo sono attualmente circa 1,4° C al di sopra del livello preindustriale, 0,4° C in più rispetto alla scala globale. Così sempre più specie non native, che entrano dallo Stretto di Gibilterra o dal Canale di Suez, si adattano al nuovo ambiente e si moltiplicano velocemente. E’ il caso del barracuda, che oggi è presente addirittura con una specie autoctona, il barracuda mediterraneo appunto, ampiamente diffuso nei fondali antistanti il Promontorio di Portofino, ma anche di specie potenzialmente molto pericolose per l’uomo, come il pesce palla, la cubo-medusa, il pesce scorpione. La presenza delle specie aliene è molto più ampia di quanto possiamo immaginare, alla fine dello scorso anno, un progetto di monitoraggio messo in piedi dai ricercatori di Enea, dell’università di Pavia e dello Smithsonian Environmental Research Center (SERC), ha evidenziato la presenza di piccoli organismi originari delle Galapagos, mini crostacei giapponesi e plancton originario del sud-est asiatico, in abbondante quantità nel Golfo della Spezia”.

E ancora: “Anche sulla terraferma l’espansione delle specie aliene invasive è una delle principali cause del declino della biodiversità autoctona. E anche qui, il cambiamento climatico, seppure non con una relazione causa-effetto così diretta come avviene in ambiente marino, ha un ruolo importante nel determinare la proliferazione delle cosiddette IAS (Invasive Alien Species). Basta infatti che si verifichi uno stato di sofferenza negli habitat con minori capacità di resilienza, per generare le condizioni ottimali allo sviluppo delle specie aliene invasive, caratterizzate da una grande adattabilità e da tassi di riproduzione molto elevati, per creare danni ingenti al nostro patrimonio naturale. Gli esempi sono moltissimi, per restare in casa nostra si può citare il parrocchetto dal collare (Psittacula krameri), che si sta espandendo rapidamente, entrando in competizione con le comunità ornitiche presenti alla foce dell’Entella e con i pipistrelli che nidificano nelle cavità degli alberi, oltre a determinare, in alcune aree del centro urbano genovese, problemi di sicurezza per il rischio di scivolamento legato alla quantità di guano che si deposita a terra. Tra i vegetali un buon esempio è rappresentato dal genere Senecio, che comprende un gruppo di piante altamente invasive che si possono osservare con appariscenti fioriture nel periodo estivo in corrispondenza di zone ruderali, aree di margine, specialmente di aree agricole, incolti, greti, aree urbane. Queste entità, oltre a sostituirsi rapidamente alla flora locale, contengono in molti casi alcaloidi altamente tossici per mammiferi ed api, anche in piccole quantità, come per esempio il senecione sudafricano (Senecio inequidens) ed il senecione angolato (Senecio angulatus)”.

“In generale, però, gli ambienti più fragili sono rappresentati dalle zone umide, che risentono direttamente della diminuzione delle piogge e dell’aumento della temperatura, e tra le specie più a rischio, a livello mondiale, vi sono gli anfibi che, per vari motivi, vedono la rarefazione delle aree necessarie alla riproduzione. Occorre prendere coscienza del fatto che il problema della scomparsa di molte specie animali e vegetali per cause umane è una delle emergenze della nostra epoca. L’attuale ritmo di estinzione di queste specie è considerato da 100 a 1.000 volte superiore a quello registrato in epoca pre-umana, tanto che gli scienziati parlano di sesta estinzione di massa. Le cause principali di questo fenomeno sono l’eccessivo sfruttamento delle risorse, anche di tipo illegale (caccia, pesca, commercio), la distruzione e la frammentazione degli habitat (agricoltura intensiva, infrastrutture, ecc.), l’introduzione di specie aliene invasive. E se continuiamo su questa strada, il cambiamento climatico non farà altro che aumentare gli effetti negativi in atto, accelerando il tasso di distruzione della nostra preziosa biodiversità” conclude l’esperta di Arpal.