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Demolizione di ponte Morandi, il super esperto di amianto promuove l’esplosione: ecco perché

Massimo D'Angelo, perito chiamato dalle aziende, spiega che i rischi maggiori sono quelli legati a un'esposizione prolungata nel tempo

Genova. E’ una delle preoccupazioni che non fanno dormire la notte alcuni fra gli abitanti dei quartieri attorno a ponte Morandi: il rischio amianto. Cosa succederà con l’esplosione delle pile 10 e 11? Per quanto tempo dovremo respirare fibre potenzialmente cancerogene? Cosa succederà ai nostri figli e ai nostri nipoti? “Ci uccideranno a norma di legge?”.

Sono solo alcuni dei dubbi, legittimi, che vengono posti da mesi, anche attraverso esposti in procura, da alcune voci critiche rispetto alla decisione della struttura commissariale di procedere con l’esplosivo per la demolizione delle pile strallate. Ieri però, uno dei più stimati esperti italiani e non solo in materia di rischio, prevenzione e bonifica di amianto – ovvero Massimo D’Angelo ha spiegato alcune cose durante la commissione consiliare su ponte Morandi in consiglio comunale a Genova. Cose importanti. Che se non rassicureranno i cittadini, potranno almeno far comprendere loro che la soluzione scelta non è affatto la più rischiosa.

D’Angelo, che ha parlato pubblicamente per la prima volta nella sua veste di consulente di Ireos (una delle imprese dell’ati dei demolitor), ha spiegato le metodologie, le tecniche di mitigazione del rischio e il concetto di analisi comparata. Nel suo curriculum, oltre che un incarico da responsabile del Centro sanitario amianto del Piemonte, il lavoro da super perito dell’inchiesta Eternit a Casale Monferrato, una delle vicende che hanno permesso all’Italia di prendere coscienza del tema amianto.

“Un tempo la valutazione del rischio rispetto all’esposizione da fibre di amianto era tossicologico, deterministico – ha spiegato D’Angelo – ma ci si è resi conto, negli anni, che sull’amianto bisogna soprattutto analizzare un aspetto ulteriore, attraverso un approccio epidemiologico. Ossia analizzare la popolazione che vive in un’area comparando con altri studi a livello mondiale”.

L’esperto ha aggiunto: “L’azione cancerogena da amianto non è conseguente all’esposizione di una singola dose ma a un’esposizione continuativa, che determina una cronicità. Inoltre – sottolinea D’Angelo – non tutte le fibre sono patogene o lo sono allo stesso modo, e dipende da diametro e lunghezza. Il crisotilo, per esempio, è meno patogeno della crocidolite”. Facendo una rapida ricerca si scopre che su questo tema ci sono diversi punti di vista e che, ad esempio, centri di ricerca come Airc avvertano sulla pericolosità di qualsiasi tipo di fibra di amianto, anche il “serpentino”, l’amianto naturale, quello trovato in livelli al di sotto dell’0,1 fibre/litro nel calcestruzzo di ponte Morandi.

Ma andiamo avanti: il perito ha spiegato che, per effettuare l’analisi del rischio legata alla demolizione di ponte Morandi (anche sulla base della quale si è deciso di procedere con esplosivo) è stato studiato un “modello ispirato al principio di precauzione – dice – per esempio abbiamo ipotizzato che tutte le fibre presenti si liberino contemporaneamente e siano respirabili, cosa poco probabile, dopodiché abbiamo immaginato l’effetto patogeno rispetto all’incremento di un’esposizione di breve termine a questi elementi e sulla base di studi effettuati, la condizione di rischio è estremamente bassa, considerato che il rischio zero non esiste”.

In sostanza Massimo D’Angelo ha dichiarato che è meno pericolosa un’esposizione, comunque non certa, per un breve tempo (l’esplosione, visto che il materiale di risulta sarà immediatamente trattato in modo da renderlo innocuo) piuttosto che un più lungo contatto con del cemento contenente fibre. Quindi, tradotto, meglio buttare giù quelle pile il più in fretta possibile.

Il perito ha inoltre confermato come, anche in base all’esperienza in Piemonte – con la bonifica di strutture che presentavano fibre libere a centinaia di migliaia – la tecnica fondamentale sia l’acqua. E l’acqua sarà, insieme a barriere di reti alte 12 metri attorno al cantiere, e a un tessuto-non-tessuto che servirà per coprire le macerie, il principale elemento di mitigazione del rischio, per l’operazione del 24 giugno.