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Scontri Corvetto, Origone sentito in Procura. I pm: “Li identificheremo”, ma i responsabili non si sono ancora presentati

Tutti gli elementi che potrebbero portare al riconoscimento degli agenti. Entro la settimana arriveranno le denunce della Digos contro i manifestanti protagonisti delle violenze

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Genova. “Non li ho visti, mi hanno colpito e hanno continuato a farlo nonostante urlassi che ero un giornalista. Non smettevano più: ho cominciato a dire basta e a un certo punto ho dubitato di uscirne vivo”. Ha il braccio al collo, tre dita di una mano immobilizzate da una vistosa fasciatura, non può nemmeno tossire a causa della costola rotta e sulla schiena porta ancora i segni di quello che è accaduto, della rabbia inspiegabile dei manganelli contro un uomo inerme, che fosse un giornalista o no quello deve contare poco.
Stefano Origone, cronista di Repubblica, questa mattina accompagnato dalla moglie Stefania è stato ascoltato in Procura a lungo dal sostituto procuratore Gabriella Dotto, titolare del fascicolo sul suo pestaggio (oltre che di quello sugli scontri in piazza).

Dopo aver sentito sabato pomeriggio il vicequestore aggiunto Giampiero Bove, che di fatto ha salvato Stefano, oggi è stato lui a dover tornare con la mente a quattro giorni fa, un racconto autobiografico che da cronista mai si sarebbe immaginato di dover fare. Purtroppo, essendo stato letteralmente travolto dagli agenti, Stefano non è riuscito a riconoscerli ma in Procura sono convinti di arrivare presto all’identificazione grazie al lavoro attento della squadra mobile diretta dal dirigente Marco Calì e ad alcuni video dei media locali e nazionali che acquisiti in alta definizione potrebbero essere decisivi per l’identificazione.

Non solo, visto il numero ristretto di uomini tra cui individuare i picchiatori altri elementi possono essere utili all’identificazione a partire dalle dotazioni: dai video si vede chiaramente che all’interno della squadra alcuni uomini sono dotati di scudo rettangolare, altri di scudo tondo, uno di loro non ha scudo in quanto è l’addetto al lancio dei lacrimogeni, un altro ha una sorta di sacca attaccata a una gamba. Dotazioni che sono indicate negli ordini di servizio interni al reparto e che è auspicabile che il reparto stesso invii alla Procura. La squadra all’interno della quale si trovano gli agenti che hanno picchiato Origone era comandata a livello di piazza dal vice questore aggiunto Stefano Perrìa che sarà ascoltato nelle prossime ore, forse già domani: in un video si vede chiaramente seguire la squadra che va verso Stefano e poi allontanarsi di pochi metri, a seguire la scena di un giovanissimo manifestante atterrato e fermato.

C’è una cosa che tuttavia lascia perplessi tutti, a cominciare dai magistrati che indagano e cioè il fatto che gli agenti della squadra coinvolti nel pestaggio non si siano ancora presentati spontaneamente in Procura spiegando l’accaduto ed ammettendo l’errore. E se i pm restano fiduciosi nella collaborazione a qualcuno scappa un “se non sarà così torneranno i tempi bui”. Non è escluso che in assenza di riscontri a giorni gli appartenenti alla ‘squadra’ che ha portato avanti l’azione siano convocati uno ad uno in Procura in qualità di testimoni in modo da capire chi è chi e soprattutto chi fa cosa alla luce delle immagini. Appare abbastanza scontato infine che se per qualche ragione non si dovesse arrivare all’identificazione degli autori del pestaggio tutta la squadra potrebbe finire a processo per lesioni aggravate in concorso.

Intanto sul fronte dell’inchiesta nei confronti dei manifestanti che hanno lanciato oggetti e si sono contrapposti alle forze dell’ordine prosegue l’indagine della Digos affidata al dirigente Francesco Borré e alla sezione investigativa che sta analizzando una grande quantità di materiale video-fotografico: entro la settimana dovrebbe essere depositata in Procura una prima tranche di denunce per reati che vanno dal lancio pericoloso di oggetti alla resistenza a pubblico ufficiale alle lesioni, per un numero che potrebbe essere orientativamente quello di una quindicina di persone.

Alcuni di loro sono volti noti alla Digos in quanto partecipano a tutti i cortei antifascisti ma gli investigatori vogliono attribuire con certezza a un volto uno specifico comportamento violento. Accanto a questi ci sono manifestanti sconosciuti alla polizia genovese o perché normalmente non partecipano a manifestazioni o perché in alcuni casi potrebbero essere arrivati da fuori Genova.