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Navi cariche di armi, Amnesty International: “Ne arriveranno altre, continuare monitoraggi e collaborazione con portuali liguri”

Sarebbero sei le navi-cargo che percorrono la medesima rotta più o meno ogni due settimane

Genova. Dopo aver manifestato affinché dal porto di Genova la Bahri Yanbu, la nave da carico battente bandiera saudita, non caricasse materiali militari destinati all’Arabia Saudita, per i porti liguri e italiani presto potrebbe ripresentarsi il medesimo problema: “Sono in arrivo altre navi simili della stessa compagnia, cariche di armi”.

A dirlo Amnesty International, che sul proprio sito web pubblica una nota stampa che richiama l’attenzione sul flusso praticamente costante di questi cargo che da oltre oceano caricano importanti quantità di armi e tecnologie militari destinate ai paesi arabi oggi in conflitto.

“Per questo motivo, insieme alle organizzazioni che compongono la “Rete disarmo”, chiediamo di mantenere alta l’attenzione nei porti liguri ma non solo – scrivono – Sono sei le navi-cargo che percorrono la medesima rotta dai porti canadesi e statunitensi a quelli britannici e nel Mediterraneo. Più o meno ogni due settimane giungono ad un porto sulla medesima rotta”.

In numerose occasioni nel 2018 e nel febbraio 2019 nelle stive delle navi Bahri sono stati individuati armamenti pesanti tra cui numerosi esemplari di “Gurkha” (Armoured rapid patrol vehicle prodotto da Terradyne Inc., Florida), “MaxxPro” (veicoli blindati prodotte da Navistar, Illinois, uno dei maggiori contractors del Pentagono), LAV-25 (Light armoured vehicles, cioè blindati gommati 8×8 prodotti da General Dynamics Land System Canada), carri armati leggeri, trailer con antenne satellitari.

“Per questo riteniamo indispensabile continuare a monitorare questi cargo insieme alle altre associazioni della società civile europea e intensificare i preziosi rapporti con i lavoratori portuali degli scali liguri e con i loro sindacati di rappresentanza affinché non vengano caricati su queste navi sistemi militari e armamenti che possono venire utilizzati dalle forze armate saudite o emiratine nel conflitto in Yemen. Chiediamo ai lavoratori portuali di rifiutarsi di offrire il proprio lavoro per effettuare trasbordi di questi materiali militari”.