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Il Natale di Harry, una riflessione su popolarità e solitudine, da vedere al Teatro della Tosse fotogallery

Nuova produzione del Teatro della Tosse con Enrico Campanati e la regia di Elisabetta Carosio. Lo spettacolo è in scena sino al 14 aprile 2019

Genova. Un’ora e dieci minuti di spettacolo in un crescendo di intensità emotiva, non solo per il pubblico, ma anche per Enrico Campanati, unico attore sul palco, che a fine rappresentazione, al momento dei lunghi e meritati applausi, è visibilmente commosso, alla pari della giovane regista Elisabetta Carosio.

Il Natale di Harry” di Steven Berkoff è la nuova produzione del Teatro della Tosse, in scena sino al 14 aprile (ore 20.30, domenica ore 18.30).

Tutto si svolge nell’arco dei 4 giorni che mancano al Natale. Harry li trascorre a casa, in un vortice di solitudine che lo metterà di fronte a se stesso, in un dialogo sempre più frequente con l’altro “io” che cerca di indirizzarlo verso un’autoanalisi risolutiva del perché alla sua età si trovi senza un amico e senza una donna. Non vogliamo spoilerare il finale e quindi non racconteremo altro, lasciando allo spettatore la possibilità di poterselo godere fino in fondo.

Pregevole la colonna sonora scelta per accompagnare alcuni momenti dello spettacolo, abbiamo riconosciuto Blur: Coffee & Tv; The Queen: I want to break free; Frank Sinatra: I’ve got you under my skin; Dean Martin: Let it snow; David Bowie: Space Oddity.

Ecco i tre motivi per andarlo a vedere:

Primo motivo: la prova di Campanati

All’inizio l’interpretazione ricorda la voce narrante in un telefilm americano. I toni sembrano da commedia e si sorride anche quando Harry, convinto dalla sua coscienza a provare almeno a telefonare a qualcuno per vedersi il giorno di Natale, è sollevato dopo gli squilli a vuoto. Quando, a tre giorni dal 25 dicembre, indossa l’elmetto militare, il protagonista si fa più combattivo, ma diventa anche più duro lo scontro con il proprio io, che, da “alter-ego” parlante si trasforma a poco a poco in un’eco assordante e quasi stordente. Si soffre con lui quando confessa di aver solo bisogno di abbracciare qualcuno o quando, per la prima volta, dice “ti voglio bene” alla madre, raggiunta telefonicamente, ma presenza e “peso” costante nella vita di Harry. Arrivato al giorno di Natale, Campanati riesce a elevarsi ancora di più, mostrando tutta la fragilità del proprio personaggio.

Secondo motivo: il “messaggio”

Il testo di Steven Berkoff è del 1985, ma calza perfettamente anche nell’epoca di oggi. Adesso si misura la popolarità a seconda di quanti like si ricevono sui social network, per Harry invece dipende da quanti biglietti di auguri ha ricevuto. È disposto persino ad aggiungere quelli dell’anno precedente pur di dimostrare di non essere solo. I pochi tentativi riusciti di parlare con l’esterno sono fallimentari, conversazioni finte, come spesso accade oggi.

Alcune frasi sono memorabili: “Natale è come restare in piedi nel gioco delle sedie quando la musica si blocca”, “Ci sono donne sole in tutta la terra e io non so dove ca**o stanno”, “Ho tutto questo mio corpo, questo mio volume, che c’è, occupa uno spazio e nessuno a cui darlo, questo vuoto da offrire”, “la solitudine è come una malattia, come una specie di tanfo, ne mandi una folata e la gente scappa”.

Terzo motivo: la scenografia

Elisabetta Carosio ha anche curato la scenografia, disseminando indizi sul fatto che l’ambientazione sia in un’epoca in cui Internet non era ancora diffusa, probabilmente siamo alla fine degli anni Ottanta. Si riconosce il telefono Sirio (in commercio dal 1987), qualche libro di enciclopedie ormai desuete, una grande caramella avvolta in plastica trasparente, una una tv a tubo catodico, un divano marrone di velluto. A completare il tutto un frigo e a un caminetto addobbato con le lucine, ma il vero protagonista della scena è il mobile quadrato che ha gli sportelli numerati come il calendario dell’avvento. Il protagonista li aprirà tutti. Quando tocca a quello di Natale avrete un tuffo al cuore.