Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Chiavari, orefice ucciso con un colpo alla nuca in un parcheggio accanto alla sua auto

Si chiamava Orazio Pino ed era un ex collaboratore di giustizia. Indaga la squadra mobile.

Chiavari. Un orefice di 70 anni è stato trovato morto vicino alla sua auto in al quinto piano del parcheggio-silos del supermercato Conad di Chiavari. L’uomo è morto, secondo le prime informazioni, per un colpo alla nuca: forse una pistola di piccolo calibro, ma non è certo anche se perché non sono stati trovati bossoli.

Sul posto la squadra mobile, coordinata da dirigente Marco Calì e dal capo dello Sco Alessandro Carmeli, che sta visionando le telecamere della zona e sentendo diverse persone informate sui fatti a cominciare dai famigliari della vittima.

Il corpo è stato portato all’obitorio dell’ospedale San Martino di Genova dove venerdì mattina il sostituto procuratore Silvia Saracino darà l’incarico per l’autopsia ai medici legali Francesco Ventura e Gianluigi Bedocci. La vittima, Pino Orazio, era un ex collaboratore di giustizia: siciliano di origine, viveva nel Tigullio da diversi anni e gestiva un’oreficeria insieme alla figlia.

L’allarme è stato lanciato da un passante che ha visto il corpo di Orazio riverso a terra supino con addosso il cappuccio.

Secondo le prime informazioni non si tratterebbe di un omicidio a scopo di rapina: l’uomo aveva ancora addosso il portafoglio. Non sono stati trovati nemmeno segni di lotta, il che farebbe pensare che l’uomo sia stato colpito a freddo alle spalle mentre saliva in auto.

Un’esecuzione insomma anche se al momento gli investigatori stanno cercando di capire perché. Pino aveva chiuso i conti con la giustizia e a Chiavari lo conoscevano tutti e conoscevano il suo passato.

Da capire se chi lo ha ucciso abbia avuto come movente una vendetta contro quello che è stato per anni il sicario dei Santapaola, oppure se dietro alla sua attuale attività di “comproro” ci fosse qualcosa che abbia portato all’omicidio.

Lo scorso anno, nel marzo del 2018, l’uomo era stato denunciato da una donna, sua socia in un’attività di compro oro, per appropriazione indebita: dopo che la società era stata chiusa, la donna aveva lamentato la sparizione di alcune migliaia di euro in preziosi. Il sostituto procuratore Gabriella Marino, che aveva aperto il fascicolo, aveva disposto una perquisizione nell’abitazione di Pino, ma non era stato trovato nulla. A maggio il pm aveva chiesto l’archiviazione ma la presunta vittima del reato si era opposta. Al momento non si sa se quel fascicolo sia stato o meno definitivamente archiviato.

Chi era la vittima: ex sicario dei Santapaola, era uscito dal programma di protezione nel 2009
Orazio Pino era uno dei più importanti collaboratori di giustizia che aveva ricostruito le fasi più sanguinose della guerra di mafia a Catania negli anni Novanta. Lui stesso si era accusato di essere l’autore di decine di agguati. Il suo profilo criminale è descritto negli atti giudiziari come quello di un personaggio di spicco della famiglia mafiosa di Giuseppe Pulvirenti detto “u Malpassotu”.

All’ombra del boss aveva ricoperto il ruolo di capo della “squadra” di Misterbianco (Catania) in aperta contrapposizione con la cosca di Mario Nicotra. Orazio Pino, come il “Malpassotu”, era ritenuto vicino al clan di Nitto Santapaola nel quale avrebbe organizzato anche epurazioni interne. Dopo varie condanne, due settimane fa aveva chiuso i conti con la giustizia. Per sua scelta, nel 2009 era anche uscito dal programma di protezione: aveva concordato una “liquidazione” economica che aveva investito nella sua attività commerciale.

Con la società “Isola preziosa” gestiva una gioielleria con alcuni punti vendita. Socie di “Isola preziosa” erano la moglie di Pino e le due figlie. L’ex collaboratore era componente del consiglio di amministrazione e per questo la società era stata oggetto nel 2016 di una interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Genova.

Il provvedimento era stato poi confermato dal Tar al quale Pino aveva fatto ricorso dopo essersi dimesso dalla società. Ma la sua uscita, scrivono i giudici del Tar, “è da considerarsi un mero tentativo di salvare la società dalla censura antimafia” e quindi “permane il pericolo di tentativi di infiltrazioni mafiose nella società, proprio in ragione della sua presenza”