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Derby di lunedì: abbiano la decenza di cancellare il claim “Il calcio è di chi lo ama”

Ormai spezzatino indigeribile, il "giocattolo" in mano alle tv rischia seriamente di rompersi

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Genova. Abbiano almeno la decenza di eliminare il claim “Il calcio è di chi lo ama”, che anche nella stagione 2018-2019 accompagna calendari e spot della Serie A.

Il derby di lunedì sera è l’ennesimo affronto agli eroi (ormai è così che bisogna chiamarli) che decidono di uscire di casa per andare allo stadio. Un affronto a una città che mantiene ancora alto l’interesse nei confronti del calcio – basta guardare il numero di abbonati – e che attende l’evento con un’eccitazione senza pari. Perché la supremazia cittadina è ancora in grado di raddrizzare il morale in stagioni che si spera finiscano il prima possibile o rappresentare una consolazione in caso di corse verso l’Europa finite male.

C’è un precedente: lo 0-1 di Maxi Lopez in Genoa-Sampdoria il 3 febbraio 2014, con il derby spostato al lunedì sera alle 21 perché inizialmente previsto la domenica alle 12.30; dopo le proteste dei tifosi, prefetto, questura e forze dell’ordine avevano ritenuto determinante, per la decisione, la concomitanza con la Fiera di Sant’Agata. Quest’anno, tra l’altro, la Fiera non ha rappresentato un ostacolo all’afflusso allo stadio, visto che Genoa-Sassuolo, ritenuta probabilmente una partita non a rischio, si è giocata lo stesso giorno alle 15.

Questa volta la “scusa” è la mezza maratona di Genova. Anche qui abbiamo un episodio piuttosto fresco, 9 aprile 2017: Genoa-Fiorentina alle 12.30 con la squadra viola bloccata in albergo per le strade ancora chiuse. Partita rinviata di 20 minuti e figuraccia nazionale. Comprensibile chiedere un orario diverso dalle 15, ma il lunedì va incontro solo a chi il calcio lo guarda sul divano, magari facendo zapping.

Che dire dell’intervento del ministro dell’Interno Matteo Salvini per far spostare Genoa-Milan di lunedì alle 15 per fantomatiche questioni di ordine pubblico (tra le due tifoserie, nonostante i trascorsi, non succede nulla da anni), non fiatando invece sul derby di Roma in serale o altre partite più a rischio?

Sembra che Genova non abbia la forza, anche politica, per contare qualcosa. Neanche, in questo caso, provando a far leva sui problemi di viabilità post crollo del ponte Morandi.

Il problema è comunque più ampio: mai come in questa stagione il calcio è diventato uno spezzatino indigeribile, alla mercé delle tv che finanziano gran parte dei bilanci delle squadre, nonostante il prodotto “serie A” sia – consentiteci la sincerità – davvero poco vendibile all’estero per la scarsa qualità delle partite, salvo qualche eccezione (“effetto Cristiano Ronaldo” in primis). Pochissime le volte in cui il Genoa o la Sampdoria abbiano giocato alle 15 di domenica.

All’estero, dopo le proteste dei tifosi, si sta facendo marcia indietro proprio sul “monday night”. In ogni caso i principali campionati europei fanno ancora il pieno di presenze (in Germania e Inghilterra il tasso di riempimento degli stadi è vicino al 100%), a differenza di ciò che accade in gran parte degli impianti italiani: servizi scadenti (partendo banalmente dallo stato dei bagni, soprattutto al Ferraris), ma anche l’approdo in A di compagini che non hanno una tradizione di tifoserie numerose e affezionate, aspetto che, per fortuna, non tocca Genova. La domanda è: per quanto si potrà andare avanti così? Il rischio è si stufino anche i più assidui e si finisca come a Siena, con la curva tappezzata di microfoni e altoparlanti per rendere più efficace un effetto “tifo” che in realtà non esisteva.

Nella ripartizione dei diritti tv appena modificata ai club andrà il 50% in parti uguali, il 30% in base ai risultati (15% ultima stagione, 10% ultime 5,5% sui risultati storici), il 20% in base al radicamento territoriale (8% audience tv, 12% spettatori paganti negli stadi). Il problema italiano è comunque quanto contino, nei bilanci, questi soldi (oltre un miliardo in totale), il vulnus che non consente alle società di avere voce in capitolo. Nel 2018 un articolo del Sole 24 Ore mostrava come gli introiti da stadio contino veramente poco: l’8% su tutto il valore della serie A, ma il freddo numero non tiene conto di una cosa: una partita di calcio in uno stadio mezzo vuoto non dà emozioni.