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Veleni e stanchezza tra gli sfollati del Morandi, Franco Ravera lascia il bastone di capopolo

Dopo mesi a gestire tensioni e dialogare con i più alti rappresentanti delle istituzioni si farà da parte chiusa la partita degli indennizzi. Per sempre?

Genova. Chi lo conosce dai primi giorni dopo il 14 agosto si è reso conto di come la tragedia di ponte Morandi, e la battaglia che ne è scaturita, lo abbiano colpito anche fisicamente facendogli perdere più di qualche chilo. Franco Ravera, impiegato al Matitone, residente di via Porro, sposato e con una vita “normale” tra famiglia e campagna, si è ritrovato a dialogare con sindaci e ministri, con i media di tutto il mondo, a ogni ora del giorno e della notte. Ma adesso, basta.

Ravera, portavoce del comitato di sfollati di ponte Morandi (con i due “sub-commissari” per fare un parallelismo con la struttura commissariale Ennio Guerci, già no gronda piuttosto noto a Genova, e Giusy Moretti, la pasionaria degli sfollati), in silenzio stampa da qualche giorno, ha deciso che dopo la chiusura della partita degli indennizzi si farà da parte. Insomma, lascerà il suo ruolo ormai pubblico. Un po’ perché non ce la fa più. Ma soprattutto perché amareggiato dalle fazioni interne che si sono create, giorno dopo giorno, all’interno del comitato. Prima tra chi abitava dentro e chi fuori dalla zona rossa, poi tra i proprietari e i non proprietari, infine tra chi vorrebbe destinare i soldi delle donazioni private a chi ne ha davvero bisogno e chi invece vorrebbe una distribuzione uguale per tutte le 260 famiglie. Questa, almeno, è l’ultima polemica in ordine di tempo, svelata qualche giorno fa da Genova24 e che avrà la sua conclusione la prossima settimana con una discussione in giunta comunale.

Insomma, la misura è colma. Ravera tornerà a fare l’impiegato comunale (non che abbia mai smesso, ma qualche ora di permesso ha dovuto prendersela) e il “genovese in villeggiatura” nel weekend. Dopo quasi 6 mesi passati a inviarsi sms con il ministro Toninelli (è successo) o a stringere la mano al presidente della Repubblica, ma anche a tenere salde le redini di un gruppo di persone che avrebbe potuto davvero perdere la pazienza – soprattutto nella prima fase della presentazione del decreto Genova – Ravera ha dimostrato un savoir faire diplomatico, politico e strategico tale da far ipotizzare (e non per forza malignamente) che prima o poi si sarebbe candidato per qualcosa o per qualcuno. Chissà, magari l’uscita di scena (sempre che non ci sia un dietrofront) è solo temporanea. A molti, scommettiamo, non dispiacerebbe averlo in squadra.