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Trionfo per il Simon Boccanegra al Carlo Felice, ecco perché andarlo a vedere (e il punto debole) fotogallery

La recensione dell'opera in scena al Teatro Carlo Felice sino a martedì 19 febbraio

Genova. Non tornerete a casa canticchiando un’aria che appena ascoltata resta subito in testa, ma con la sensazione di aver assistito a una performance vocale e musicale che non sempre capita di ascoltare qui a Genova, al Teatro Carlo Felice.

Questo ha saputo dare il primo cast del Simon Boccanegra, che ha debuttato ieri sera, venerdì 15 febbraio, terminando lo spettacolo sotto applausi e “bravo” scroscianti e lunghissimi. Questa formazione la si potrà vedere e ascoltare ancora domenica alle 15.30, ultima replica, mentre il secondo cast, che sarà sicuramente stimolato a dare il massimo, sarà in scena oggi (ore 15.30) e martedì (ore 20). Per tutte le repliche ci sarà una certezza: la direzione più che convincente di Andriy Yurkevych, anche lui applauditissimo, che ha saputo tirare fuori dall’orchestra un’intensità calzante ai momenti topici di quest’opera verdiana. Anche il coro ne ha beneficiato.

Per la complessa trama di intrighi e tradimenti in salsa genovese, con sostenitori ambiziosi che voltano le spalle e nemici che riconoscono la grandezza di colui che avevano da sempre osteggiato, cliccate qui.

Ecco i motivi per andarlo a vedere:

Primo motivo – Francesco Meli

Al concerto di capodanno al teatro La Fenice di Venezia, giusto un mese e mezzo fa, anche chi non è un melomane esperto ha potuto apprezzare il tenore genovese. Non ancora quarantenne, Meli è già un big e ieri sera ne ha dato ampiamente prova, tanto da rischiare di oscurare tutti pur non essendo nel ruolo principale (non è successo, lo spiegheremo nel secondo motivo). La sicurezza, la presenza scenica, la voce che risuona piena anche negli angoli più reconditi del teatro. Potremmo andare avanti per righe e righe. L’occasione per ascoltarlo dal vivo è troppo ghiotta. La speranza è che, da genovese, lasci sempre uno spiraglio per tornare ogni tanto a cantare nel teatro della sua città natale.

Secondo motivo – Gli altri protagonisti maschili

Non ce ne voglia Vittoria Yeo, anche lei apprezzata nei panni di Amelia Grimaldi, ma Ludovic Tézier (Simon Boccanegra), Giorgio Giuseppini (Jacopo Fiesco) e Leon Kim (Paolo Albiani) hanno tirato fuori il meglio. Leon Kim è stato un Paolo davvero sorprendente: perfetto nei panni del vero “cattivo” della situazione, l’uomo che fa eleggere Simon Boccanegra doge per ottenere vantaggi personali e poi lo tradisce prima facendo rapire Amelia, poi cercando di far fare il lavoro sporco a Gabriele e Jacopo, infine mettendo lui il veleno nel bicchiere di Boccanegra. Anche a livello espressivo è stato molto convincente. Giuseppini ha dato a Fiesco tutte le sfumature giuste del rivale, acerrimo, ma rispettoso, fino alla raggiunta consapevolezza nel finale di aver passato troppo tempo a tramare. Ludovic Tézier è stato maestoso nell’interpretazione di questo doge che è capace di graziare i nemici, che spinge per la pace tra due fazioni. Un Boccanegra davvero “presente”, anche dal punto di vista fisico. Abbiamo amato il canto quasi soffiato con cui ha fatto capire che il veleno stava agendo già nel suo corpo, ma anche l’accorato appello alla pace tra fazioni.

Terzo motivo – Il messaggio dell’opera

Guai a chi dice che l’opera è una forma d’arte troppo lontana dalla nostra epoca. Oggi forse avremmo bisogno di una figura come Simon Boccanegra, un corsaro che non bramava il potere, ma che quando si è ritrovato doge, in realtà lancia un potente messaggio di pace, mentre la sua gente vuole solo guerra: “Fra due liti d’Italia erge Caino (si riferisce alla lotta tra Genova e Venezia ndr) La sua clava cruenta! Adria e Liguria hanno patria comune”. O nel discorso per placare le due fazioni, un capolavoro:

Fratricidi!!!
Plebe! Patrizi! Popolo
Dalla feroce storia!
Erede sol dell’odio
Dei Spinola e dei D’Oria,
Mentre v’invita estatico
Il regno ampio dei mari,
Voi nei fraterni lari
Vi lacerate il cuor.
Piango su voi, sul placido
Raggio del vostro clivo
Là dove invan germoglia
Il ramo dell’ulivo.
Piango sulla mendace
Festa dei vostri fior,
E vo gridando: pace!
E vo gridando: amor!

E poi, quale padre non farebbe ciò che lui ha fatto per sua figlia? Perdonare uno dei suoi acerrimi nemici perché amato dalla giovane?

Il punto debole

Quello che ci è piaciuto meno è questa Genova cupa in questo allestimento del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, che emerge da una scenografia (di Andrea De Rosa) principalmente costruita sui toni del nero, salvo per la splendida parete rossa nella seconda parte. Una Genova cupa anche negli abiti (costumi di Alessandro Lai), se si esclude Amelia e il fantasma di Maria (Luisa Baldinetti) che compare in alcune scene, compresa quella finale). Quella di inserire un mimo per il fantasma di Maria è una soluzione registica (la regia di De Rosa è stata ripresa da Luca Baracchini) che fa ricordare quanto abbia contato quell’amore nel corso del tempo per Boccanegra, una Maria che è anche protagonista nella scena finale. È giusto che le luci siano fioche e “calde”, essendo il dramma ambientato nel 1300 e per gran parte dell’opera all’interno di enormi palazzi illuminati da candele, anche se spesso i protagonisti risultavano forse troppo in ombra. Sullo sfondo sempre il mare, osservatore esterno di queste vicende (light e video design Pasquale Mari). Nel finale, la parete che ha rappresentato gran parte della scenografia minimal, si apre completamente per far entrare finalmente la luce del sole, lasciando uno scheletro (vedere la fotogallery) che a noi ha lasciato un po’ perplessi. L’effetto architettonico è quello – non ce ne voglia lo scenografo – quello di un ecomostro sulla spiaggia.