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Ex-Otago traditi dal televoto, ma ci vuole molto coraggio per guardare Sanremo fino in fondo (cit.)

La band genovese si è esibita dopo il tg della Mezzanotte. Canta l'amore maturo

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Genova. La consolazione è duplice. La prima è che quest’anno non ci saranno eliminazioni quindi ogni artista e ogni band potrà esibirsi a Sanremo fino alla serata finale. La seconda è che gli Ex-Otago, gruppo indie che porta avanti con orgoglio (anche) la bandiera di Genova sul palco dell’Ariston, sono in buona compagnia in “zona rossa”, ovvero il gruppo di canzoni che essendo state poco premiate dal televoto sono sostanzialmente in fondo alla classifica.

Con loro alcune tra le sorprese migliori della prima serata, come il trap Mahmood (che canta, benissimo, anche in arabo), il rock di un trapper, Achille Lauro, che sembra un po’ King Krule un po’ Vasco ed è l’unico in tutta la serata a saper veramente riempire il palco, ma anche altre artisti che, come gli Ex-Otago, suonano in concerti da sold out come Ghemon, Motta, The Zen Circus.

“Solo una canzone”, il brano eseguito davanti a un ormai quasi dormiente pubblico dell’Ariston e a quello più che dormiente a casa, parla di un tema poco “cantato”: l’amore normale, quello che dura “più di dieci primavere” e che quindi magari fatica un po’ di più ad avere grandi slanci. Come sempre con Sanremo il primo ascolto dice poco. Il secondo e quelli successivi già di più. Forse un po’ lento, come pezzo, per sfondare in radio. Ma chissà.

In una loro canzone di un paio di anni fa gli Ex-Otago cantavano “Ci vuole molto coraggio, per guardare Sanremo, fino in fondo”. Chissà se se lo immaginavano che poco tempo dopo a Sanremo ci sarebbero stati loro e, in effetti, avrebbero suonato praticamente per ultimi. Dopo le gag, dopo gli spot, persino dopo il tg della mezzanotte. Insomma, tardissimo.

E poi diciamolo, sarà un caso che tutti gli artisti in zona rossa siano sostanzialmente quelli legati alla scena indie italiana? Eppure, a dare un’occhiata ai social network, il loro pubblico era davanti alla tv ieri sera. Ma una generazione che non manda più sms perché “costano” e usa whatsapp persino per passarsi le domande di un compito in classe davvero spende 0,51 euro per sostenere i propri idoli?. Forse no. Forse lo fa ascoltandoli su spotify, comprandone le tracce o i dischi – di più – sostenendo l’uscita dei loro dischi (come con Marassi, che venne finanziato attraverso il crowdfunding di Musicraiser). E andando a sentirli dal vivo. Che poi è anche meglio di Sanremo, no?