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Carige, sindacati contro il piano industriale da 1250 dipendenti in meno: “Ennesimo De profundis”

Cgil, impoverimento per banca e territorio. Cisl, quale fiducia può destare una banca che punti solo sulla porzione più ricca della clientela, abbandonando le famiglie ed esternalizzando perfino la produzione dei mutui

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Genova. “Da 4000 a 3000 dipendenti senza che ci sia un licenziamento”. E’ una frase assordante quella pronunciata da Pietro Modiano, uno dei commissari di Banca Carige, ieri durante la presentazione del piano industriale 2019-2023. Ed era chiaro che, nonostante la promessa di non lasciare nessuno a casa e anzi la previsione di 200 giovani, i rappresentanti dei lavoratori non avrebbero reagito senza preoccupazioni.

Infatti. “Nell’incontro dell’8 gennaio scorso avente per oggetto il futuro di Banca Carige, i commissari avevano rassicurato le organizzazioni sindacali nazionali di categoria sul piano industriale sostenendo che questo non avrebbe rimesso in discussione gli organici – scrivono Igor Magni e Federico Vesigna, segretari Cgil di Genova e della Liguria – da quanto emerso oggi invece apprendiamo, con sconcerto, che il piano industriale si reggerebbe sul drastico taglio di mille posti di lavoro e sulla chiusura di 100 sportelli. Se anche non si trattasse di licenziamenti, ma di uscite incentivate, cosa peraltro tutta da verificare, questo rappresenterebbe comunque un’ulteriore perdita di posti di lavoro e un impoverimento per tutta la banca e il territorio”.

Modiano e i due commissari hanno precisato che non si tratterà di tagli lineari, ma proprio per questo saranno necessari cambi di mansioni tra back office e front office. “Purtroppo, quella di Carige, si sta profilando come l’ennesima vertenza nella quale le conseguenze dei processi di riorganizzazione passano dal taglio del costo del lavoro – prosegue la Cgil – e in aggiunta a questo fatto non è nemmeno chiaro quale sarà il futuro della banca. Secondo quanto appreso si profila infatti un  ridimensionamento del perimetro dell’istituto con ripercussioni sulla capacità di sostenere il tessuto economico e produttivo del territorio attraverso le politiche di credito”.

Ancora più critica la Cisl: “Speravamo in un rilancio, invece questo è un de profundis perché quando si parla di taglio degli sprechi ma i tagli si traducono in spaventose riduzioni di occupati e di servizio al territorio, significa far venire meno la funzione sociale della banca. Sullo sfondo leggiamo lo svuotamento delle strutture centrali, lo scaricamento di responsabilità su una rete impoverita di risorse, una mobilità territoriale insostenibile: tutto questo è inaccettabile e a maggiore ragione lo sarebbe il ricorso a forme di costrizione all’uscita del personale”. Questo il commento del segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani.

“Ci domandiamo – prosegue la Cisl – quale fiducia possa destare una banca che punti solo sulla porzione più ricca della clientela, abbandonando le famiglie ed esternalizzando perfino la produzione dei mutui, e su un numero selezionato di aziende medio-piccole, negando il pieno sostegno all’economia locale, già a rischio per la decisione di praticare una vendita massiva di crediti deteriorati che può mettere definitivamente in ginocchio le imprese in difficoltà”.

“Sconcertante pensare che solo la politica dei tagli possa rassicurare dipendenti, risparmiatori e organismi internazionali” dice Gianni Pastorino (Rete a Sinistra/LiberaMente Liguria). “Questi piani non sono stati in grado di rassicurare né gli organi internazionali né i risparmiatori sul territorio, e tantomeno i dipendenti della banca che rappresentano il vero valore aggiunto di Carige – sottolinea Pastorino -. Inoltre, questa continua logica di riduzione degli sportelli non si concilia con il necessario tentativo di ripresa dell’attività sul territorio, ma neanche con il recupero della fiducia dei clienti, soprattutto liguri”.