Anche a Genova protesta di piazza delle donne venezuelane contro il governo Maduro - Genova 24
Internazionale

Anche a Genova protesta di piazza delle donne venezuelane contro il governo Maduro

Aderiscono alle manifestazioni che si svolgono in tutto il mondo. L'appuntamento è per domani, mercoledì 23 gennaio, in piazza De Ferrari dalle 16.30 alle 19

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Genova. Anche un gruppo di donne venezuelane a Genova e in Liguria manifestano per il ritorno della democrazia nel loro Paese e aderiscono alle manifestazioni di protesta che si svolgono in tutto il mondo. L’appuntamento è per domani, mercoledì 23 gennaio, in piazza De Ferrari dalle 16.30 alle 19.00. La manifestazione è stata autorizzata dalla Questura di Genova, ed è stata comunicata agli Enti interessati.

“Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha prestato giuramento giovedì 10 gennaio dando inizio al suo secondo mandato presidenziale, che durerà sei anni – si legge in un comunicato stampa – Ha superato, in longevità, anche il suo padrino politico, Hugo Chávez, che oggi, probabilmente si pentirebbe di averlo nominato suo successore: non immaginava infatti che fosse capace di tanto disastro democratico, sociale ed economico. Maduro è considerato dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale un leader illegittimo: le opposizioni venezuelane, gli osservatori internazionali e diversi governi stranieri considerano infatti irregolari le elezioni che si sono tenute nel maggio scorso, vinte da Maduro con quasi il 70 per cento dei voti. Alla cerimonia di giuramento, che si è svolta giovedì a Caracas, la capitale del Venezuela, non erano presenti né i rappresentanti dell’Unione e degli Stati Uniti, né quelli del cosiddetto “Grupo de Lima“, che raggruppa 14 paesi del continente americano Maduro giura nelle sue stesse mani. Avrebbe dovuto farlo davanti all’Assemblea nazionale, che ha invece esautorato con un colpo di mano perché dominata dall’opposizione che aveva vinto le ultime elezioni legislative. Così si presenterà davanti al Tribunale Superiore di Giustizia (TSJ), lo stesso organismo che aveva sciolto il Parlamento legittimo dando vita all’Assemblea nazionale costituente formata solo dai fedelissimi”.

“Una autocelebrazione che fotografa bene lo stato istituzionale del Paese diventato una dittatura governata da un pugno di uomini e di donne e sorretti dalle Forze armate che a questo punto hanno tutto da perdere da un cambio di rotta. Crescono le pressioni internazionali: 12 dei 13 paesi che compongono il Gruppo di Lima si apprestano a vietare l’ingresso dei vertici del regime nei rispettivi confini. Solo il Messico di Obrador si mantiene neutrale e spinge per una soluzione negoziata per il ritorno alla democrazia. Russia, Turchia e una Cina riluttante, ma interessata a mantenere la sua bandierina nello scacchiere latinoamericano, appoggiano l’ex sindacalista degli autoferrotranvieri che sognava di incarnare Simón Bolivar finendo per trasformare il paradiso dei Caraibi in un inferno”, continua la nota delle donne venezualane.

Quattordici Paesi hanno ritirato i loro ambasciatori a Caracas in segno di protesta per il risultato del voto dello scorso maggio e gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni economiche al Paese. Gli Stati Uniti, il Canada, l’Unione Europea e una dozzina di paesi dell’America Latina hanno dichiarato di non riconoscere i risultati delle elezioni.

I responsabili delle Procure nazionali di Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile e Perù hanno sottoscritto una dichiarazione in cui respingono la destituzione della loro collega venezuelana, Luisa Ortega Diaz, definendola illegale, e non riconoscono il successore designato per questo incarico dall’Assemblea Costituente di Caracas, Tarek William Saab

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