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Sanità, Genova leader nella ricerca sulla Biologia Cardiaca Vascolare

Genova. Dalla ricerca di “markers” che possano avvertire, in anticipo, del rischio di una malattia, alla creazione di farmaci che arrivano direttamente sulla parte malata, fino alla creazione di bioprotesi, per sostituire le arterie occluse. Sono solo alcune delle cure e delle tecnologie che si studieranno all’interno dei laboratori del Centro di Ricerca Biologia Cardiaca e Vascolare, che sono stati inaugurati presso il Centro Biotecnologie Avanzate di Genova. 

Laboratorio biologia vascolare

Una centro che nasce dalla collaborazione tra l’Ospedale Policlinico San Martino e la  Scuola di Scienze Mediche Farmaceutiche dell’Università di Genova, che va ad unire, in un “Core-Lab” tutti i ricercatori dei maggiori gruppi universitari e dell’IRCCS che si occupano di ricerca di base di patologia cardiovascolare.

Il Centro di Ricerca Cardiaca e Vascolare riunisce tre gruppi di ricerca, il Laboratorio di Biologia Vascolare Clinica e Sperimentale, quello di Biologia Cardiovascolare, e quello di Clinica di Medicina Interna. A cui si aggiunge il centro interdipartimentale di ricerca BELONG (Biologically Inspired Engineering for Vascular Medicine and Longevity).

“La malattia cardiovascolare rappresenta la prima causa di morte e di invalidità nel nostro paese – spiega Domenico Palombo, direttore del laboratorio di biologia vascolare e condirettore del centro di ricerca – trovare i meccanismi di base, di biologia cardiovascolare, e avviare terapie innovative per combattere questa malattia credo sia fondamentale”. 

“Il San Martino, assieme all’università, ha quindi scelto di creare un centro di ricerca che mette insieme energie preesistenti, laboratori che già esistevano e lavoravano, che vengono messi a fattore comune per una produzione ancora più elevata della ricerca per la malattia del secolo”. 

“Pensiamo a cure e tecniche innovative, conoscere i meccanismi – prosegue Palombo – significa poter interferire con la malattia. Poter individuare dei marker, ovvero delle sostanze presenti nel sangue, che ci dicano quando siamo arrivati al momento del rischio maggiore, e quindi convivente intervenire. Oppure terapie innovative che portino il farmaco direttamente sulla placca. O, ancora, bioprotesi riassorbibili che guidino la nascita di nuove arterie quando le nostre risultano occluse dalla malattia sclerotica”.

“Questi sono solo alcuni degli interessi che la ricerca può avere nel tentativo di avere una ricaduta rapida nella terapia di tutti i giorni. Mettere insieme universitario e ospedalieri, riunendo più competenze, dai cardiologi ai chirurghi vascolari, dai medici di medicina generale a bioingegneri, un’idea nuova per combattere questa battaglia. Credo che questo sia il modo giusto per arrivare ad affrontare la malattia dal banco di ricerca al letto del malato, e viceversa”.