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Fatica, psicologi e farmaci “ma siamo qui”. Il Natale antiretorico dei sopravvissuti al crollo di ponte Morandi

A oltre quattro mesi dal disastro, e mentre tutti pensano a regali e cenoni, abbiamo parlato con chi ha visto la morte in faccia, il 14 agosto, e ne porta ancora i segni addosso.

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Genova. Questa non è una storia di Natale, calda e rassicurante, ma la testimonianza di chi questo Natale sa che avrebbe potuto non viverlo e che combatte ogni giorno, ogni ora, anche sotto le feste, per lasciarsi alle spalle un’esperienza traumatica. Abbiamo incontrato alcuni sopravvissuti del crollo di ponte Morandi e abbiamo capito che non c’è epicità, a quattro mesi dal disastro, nelle loro vite, ma fatica, difficoltà a rimettersi in pista.

Gianluca (e Giulia, e Pietro). Una delle storie che hanno colpito di più, da subito, è stata quella di Gianluca Ardini. Genovese, 29 anni, montatore di cucine per Mondoconvenienza, è rimasto in bilico, per ore, appeso alla cintura di sicurezza del sedile del furgone dove viaggiava insieme a Luigi Matti Altadonna, il suo compagno di lavoro, che invece non ce l’ha fatta. Gianluca aveva raccontato da subito di aver tenuto duro perché voleva, doveva, veder nascere suo figlio. Pietro è venuto al mondo il 13 settembre, quasi un mese dopo il crollo, e questo Natale Gianluca lo passa con lui e con la sua compagna, Giulia, la splendida mamma. Però non è semplice. “Non è facile riprendersi – racconta – soprattutto la notte, il cervello frulla, e io ho bisogno di medicine per dormire, per stare tranquillo, sono stato per ora a fianco al mio collega, morto, e non riesco a dimenticare quei momenti”. Oggi Gianluca fa sedute su sedute di fisioterapia, ha avuto molte fratture, e prende medicinali. “Meno male che c’è Pietro, lui sì che è una roccia, ed è la mia migliore distrazione, questo Natale sarà tutto per lui e per Giulia, se penso che lo scorso anno, proprio sotto le feste scoprivamo della gravidanza è incredibile come la vita possa cambiare in 12 mesi”. Gianluca non sa quando potrà tornare a lavorare. Non sa cosa farà. “Sicuramente per come sono messo non potrò tornare a montare cucine”. Dopo qualche tentennamento ha deciso di costituirsi parte civile al processo. Ci tiene a citare i suoi avvocati, “Gamenara e Antola, un civilista e una penalista”. In questo momento curarsi e chiedere giustizia, oltre alla sua famiglia, sono la sua vita.

Federico e Rita. “Questo Natale come sarà? Intanto è un Natale possibile, non aggiungerei altro”. Così Federico Cerne, 34 anni, di Trieste, anche lui scampato al disastro. Era in macchina sul ponte, insieme alla fidanzata Rita Giancristofaro, e stavano andando all’Acquario. “Eravamo al mare a ponente, c’era brutto tempo, e avevamo deciso di passare una giornata a Genova”. Come tanti turisti, quel giorno. Ma sul ponte, alle 11e36, c’erano anche loro due. Entrambi sportivi, lui è massoterapista per l’Alma Basket Trieste, lei è una runner amatoriale (ma forte, molto forte) e ha tagliato il nastro di partenza alla Maratona di Genova dello scorso 2 dicembre. “Questi giorni hanno un sapore diverso, ci siamo – racconta il fisioterapista dell’Alma Basket Trieste – ma è dura perché stiamo pagando le conseguenze di una colpa che non è nostra, anche il periodo di Natale sarà riempito da ore e ore di fisioterapia e fatica”. La coppia però guarda al futuro: “Speriamo di riprenderci e magari essere pronti ad aprile per correre la mezza maratona nella vostra città”. Sembra strano che abbiano voglia, ancora, di tornare a Genova. Eppure. “Sarebbe un modo per lasciarci finalmente tutto alle spalle, per capire che abbiamo superato questo momento”.

Marina e Camilla. Erano negli spazi Amiu della Fabbrica del Riciclo e stavano cercando qualche pezzo di antiquariato, la loro grande passione, quando gli è crollato letteralmente il mondo addosso. Marina Guagliata e Camilla Scabini, sua figlia, si sono tenute per mano sotto le macerie fino all’arrivo dei loro salvatori. Si stanno riprendendo ma anche loro con “fatica”, la parola chiave di questo Natale dei sopravvissuti di ponte Morandi. La loro situazione, a proposito di feste, è particolare perché la famiglia Guagliata è titolare di una storica azienda genovese che ogni anno installa le luminarie natalizie in città. “Questo è sempre stato un periodo di puro lavoro – dice Marina – quest’anno invece siamo impegnate ogni giorno fra fisioterapia, visite mediche, sedute dagli psicologi, io avevo avuto un pesante trauma cranico e ancora oggi ho terribili giramenti di testa da un momento all’altro, quattro mesi sono niente per superare quello che è successo ma sono anche un tempo infinito”. Camilla, le cui condizioni erano ancora più critiche, si è ripresa. “Ma non siamo ancora in grado di tornare al lavoro – continua la madre – è tutto estenuante”.

Sono sedici, in tutto le persone di cui abbiamo seguito per giorni i bollettini medici dagli ospedali genovesi. Oggi sono tutti a casa. Ricorderete Eugeniu Babin e Natasha Yelina, i fidanzanti di lungo corso che avrebbero voluto sposarsi. Magari lo faranno ma da qualche mese vivono in difficoltà perché non possono lavorare e dei risarcimenti da parte di Autostrade, per ora, non hanno visto nulla. Davide Capello, l’ex portiere del Cagliari ora pompiere, ha rivelato più volte di dover fare i conti con crisi di panico e altri disagi legati al trauma post traumatico. Marjan Rosca, camionista, vive le stesse problematiche. Così come, anche se non rientra tecnicamente tra i 16, Luigi Fiorillo, il conducente del camion Basko che ha frenato a pochi metri dal baratro, divenuto uno dei simboli della tragedia. Ci sono tutti gli altri, che stanno attraversando nella discrezione e nel silenzio, il loro momento da sopravvissuti. La parola “miracolati” non piace quasi a nessuno. Tantomeno a Natale.

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