La sentenza

Torna in carcere presunto jihadista: la Cassazione dà ragione alla Procura di Genova

Genova. Hossameldin Antar, egiziano di 37 anni, condannato in appello a tre anni e otto mesi per istigazione e apologia di terrorismo, è tornato in carcere. Lo ha deciso la Cassazione che ha accolto la tesi del pubblico ministero Federico Manotti. Antar era stato scarcerato a luglio e gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. Il pm aveva impugnato davanti al riesame che gli aveva dato ragione.

Nel frattempo il legale dell’egiziano aveva fatto ricorso davanti agli Ermellini che ieri hanno deciso nell’aggravamento della misura. I carabinieri del Ros lo hanno ammanettato nella sua casa a Cassano d’Adda (Milano). Già per i giudici del Riesame di Genova, l’uomo era un punto di riferimento per i “fratelli” di fede e, fuori dal carcere, avrebbe potuto riprendere tale ruolo. “Antar – scrivevano i magistrati del Riesame – è stato definito dai giudici dell’ appello come un sostenitore dell’Isis impegnato in una attività apologetica e di istigazione agli altri musulmani con cui viene in contatto a unirsi a essa.

“Anche da casa, nonostante il divieto di comunicazione, ben potrebbe agevolmente, tanto più con l’abile e molto accorto impiego del web di cui si è dimostrato capace, riprendere quantomeno la propria attività di proselitismo e istigazione”. L’uomo, difeso dall’avvocato Vittorio Platì, era detenuto nel carcere di massima sicurezza di Rossano. Lo scorso maggio i giudici di secondo grado avevano ridotto le pene ai tre presunti terroristi appartenenti a una cellula operante tra la Liguria e Brescia.

La corte d’assise d’appello di Genova aveva condannato a 4 anni (6 anni in primo grado) Tarek Sakher, algerino di 3 anni. Pene ridotte a 3 anni e otto mesi ciascuno, e reato riqualificato in apologia del terrorismo, per i due fratelli egiziani Abdelhakim, 44 anni, e Hossameldin Antar (6 anni e 5 anni in primo grado). Confermata l’assoluzione per Hosny Mahmoud El Hawary Lekaa, egiziano di 32. Secondo l’accusa, l’organizzazione diffondeva materiale jihadista e instradava combattenti dal Nord Africa in territorio siriano e in Libia per conto dello Stato Islamico. Sakher, secondo quanto accertato, era in contatto con una cellula europea ed era pronto a compiere un attentato. Il maggiore dei fratelli egiziani, ex macellaio in cassa integrazione, era stato arrestato a Cassano d’Adda (Milano) e secondo l’accusa sarebbe stato il reclutatore mentre il secondo faceva il pizzaiolo a Finale Ligure (Savona). Il terzo egiziano, che viveva a Borghetto Santo Spirito (Savona) era stato arrestato il 4 novembre 2016 alla stazione Principe di Genova mentre tornava da un viaggio nel suo paese.

Nel telefonino di Sakher i militari avevano trovato scene di uccisioni, bambini soldati, le foto dei membri del commando responsabile degli attentati a Parigi, ma soprattutto il giuramento di fedeltà all’Isis, da recitare prima di ogni assalto. Ma erano state in particolare le chat sulla piattaforma Telegram a destare la massima allerta. L’uomo aveva scritto ad altri fondamentalisti, in contatto con i responsabili degli attentati in Europa, che si voleva immolare per Allah. Il fratello di Sakher, Redouane, 40 anni, a ottobre 2017 era stato espulso dall’Italia dopo che una inchiesta della procura di Brescia aveva scoperto che era pronto a compiere attentati. Il pm Manotti ha impugnato la sentenza d’appello e nei prossimi mesi verrà fissata l’udienza in Cassazione.

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